Recensioni

L’evoluzione del suono e delle composizioni del duo martial industrial J Orphic era già evidente nella performance di quattro tracce che il progetto proposte in occasione dello split con TSIDMZ ed Epoch, quel Unsere Weltanschauung di cui abbiamo già trattato su queste pagine. Abbandonate le durezze marziali che costituivano l’ossatura primaria degli esordi del progetto – che pure all’epoca non disdegnava certe primizie compositive orchestrali e massicce fatte di archi ed ottoni tendenzialmente incombenti ed oscuri, in linea con la cupezza generale – la creatura di Marco de Marco e della sua controparte femminile Lucija Hrvat si è concentrata negli ultimi tempi su una resa musicale più incline a proporre possenti orchestrazioni evocative, con un largo utilizzo di archi, ottoni e percussioni che mostra una notevole bravura compositiva, atmosfere oscure e tese, e momenti ispirati e struggenti.
La definitiva consacrazione di questo nuovo approccio molto vicino a quello di una colonna sonora in piena regola – con i suoi interscambi variegati ed inaspettati, i suoi momenti aulici e gli altri più eclettici o minacciosi – arriva proprio con il quarto lavoro sulla lunga durata, uscito a gennaio 2016 per l’etichetta argentina Twilight Records. Ad Astra, forte di un’evocatività incentrata sulla mitologia greca e sull’eroismo dell’umanità dei primordi (tematica obbligatoria quando si parla del progetto) viaggia esattamente su binari compositivi degni di una soundtrack da kolossal d’altri tempi, tra orchestrazioni pachidermiche che non disdegnano frangenti più propriamente sperimentali ed evocativi immersi in una generica aura gloriosa ed eroica, dall’espressività sonora non comune ed incredibilmente potente. Così dalla Intro solenne e maestosa fatta di cori, cupi ottoni ed esplodere di piatti su un incalzante tappeto marziale, si passa alle variegate atmosfere di Aride Origini, con il suo connubio di archi sferzanti e dilatati d’apertura che lascia poi spazio ad un’esplosione vera e propria: cupi cori vanno di pari passo con le percussioni, vibranti dietro a ondate minacciose e taglienti di archi ed ottoni, per poi sciogliersi nei riverberi conclusivi di campane e synth. Un’altra orchestrazione sublime e complessa si può estrarre dagli svolazzi serrati dei soliti archi ed ottoni in Walking In The Garden Of Taras, dall’avvincente contrasto di adagio e furioso, mentre viaggiano su binari più nebbiosi e sepolcrali pezzi come Prime Instinct – dedito a cupe e sinistre elegie dark ambient dalle voci stonate a guisa di strumento e dal finale tellurico, tra pugnalate di archi e roboanti mareggiate percussive in linea con i possenti cori maschili – e Drinking Tea In An Occidental Colony, brano nebbioso che mantiene un andamento funereo grazie al pulsare dei tamburi e alle composizioni orientaleggianti impreziosite dal gelido soffio di una cornamusa.
Non mancano prove sperimentali degne di nota, come le destrutturazioni martial industrial caoticamente lineari su timide note di piano ed introdotte da un ambient etereo e luminoso di The Rumble That Come, l’organo eclettico commisto ad una struggente apertura e a esplosioni di campane e piatti di In Conflict With Medusa, o un In The Same Place Where We Born nel quale si creano paesaggi sonori epici e gloriosi attraverso complesse architetture di archi, cori e parlato. Un pezzo che trasuda eroicità e passione in ogni suo frangente, e che denuncia uno sperimentalismo orchestrale epicamente struggente, prerogativa della nuova svolta compositiva del duo.
La conclusione di un disco che sembra affidato ad un’intera orchestra sinfonica ma che è invece frutto del lavoro e della ricerca sonora di due sole menti, è affidata dapprima al vigore marziale di un My Sisters In Struggle – pezzo musicato e cantato dalla sola controparte femminile del progetto – stemperato da luminescenze corali ma pur sempre tenebroso e minaccioso nel suo complesso, mentre la chiosa che tutto suggella si traduce negli onnipresenti svolazzi di archi su cori struggenti di Walking Thorugh Our Origins, arzigogoli tesi e luminescenze vocali orientaleggianti che vanno a scemare su ritmici adagi di fiati e brulichii violinistici. Un degno saluto per un album poderoso e ricercato, fatto di dicotomie continue e complessità in conflitto, un lascito veemente e di forte impatto di uno dei progetti contemporanei più eclettici in seno al genere.
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