Recensioni

Rivitalizzare una saga piuttosto in calo come Star Trek, riuscendo nello stesso tempo a non scontentare i fan storici non era certamente un’impresa facile.
Ci si è cimentato il prodigio della TV americana J.J. Abrams, uno che negli ultimi anni insieme al suo team autoriale (in questa occasione gli sceneggiatori Orci e Kurtzman) ha ribaltato la centralità della narrazione della serialità televisiva, trasponendola poi anche al cinema. L’isola di Lost ne è l’esempio più famoso, ma in precedenza ci sono stati Alias e Felicity e nell’ultimo anno Fringe. Sul grande schermo la ripresa di Mission Impossibile (III, 2006) e poi Cloverfield (2008, con il socio Matt Reeves), senza contare le numerose sceneggiature a suo carico. Insomma un curriculum già piuttosto nutrito il suo.
L’undicesimo episodio cinematografico di Star Trek è in realtà un prequel, una reinvenzione dei primi anni del capitano Kirk (Chris Pine) e del suo alter ego Spock (Zachary Quinto, già visto come Sylar, il supercattivo della serie Heroes), non ancora entrati quindi a far parte della nave spaziale Enterprise. Usando l’espediente di una realtà alternativa e del viaggio nel tempo, Abrams rivolge la sua attenzione narrativa alla vendetta del romuliano Nero nei confronti di Spock, e dal futuro che ben si conosce della serie, ci si sposta verso il passato degli anni giovanili dei due protagonisti. Coerentemente con le sue tematiche, ritroviamo così i leit motiv ben noti, vale a dire il viaggio tra presente passato e futuro ma anche i rapporti tra i personaggi, in particolare tra genitori e figli e uno spiccato sense of humor. E’ palese quindi che il fantasy di Abrams è più vicino allo stile di George Lucas e Steven Spielberg piuttosto che a quello del creatore della saga originaria Gene Roddenberry; l’ironia che vi è trasfusa è infatti moderna e antifilosofica (non alla Kubrick, per intendersi), ma piuttosto alla Zemeckis, uno al quale il Nostro è vicino, anche rispetto alle avventure spazio-temporali.
Umanizzando i personaggi e rendendo meno algida la realtà di Star Trek, Abrams si avvicina al cult Guerre Stellari, fondendo il ritmo e il divertimento di quest’ultimo con la freddezza della serie originale. Anche se rispetto a Star Wars qui è presente una visione più ottimistica e meno angosciante della realtà e il senso della cooperazione tra razze e culture diverse (quest’ultimo aspetto derivato dalla serie originale, ma qui trattato con minore efficacia). Il film ha un ritmo accelerato, una profusione di effetti speciali, e sono ben evidenti gli aspetti umani dei personaggi, il microcosmo a confronto con il macrocosmo e con l’epicità della serie tutta. Scopriamo allora le ragioni morali che muovono i protagonisti, le loro scelte interiori, le loro perdite e peculiarità dal punto di vista umano (la morte del padre, mai conosciuto, per l’irruento Kirk e il senso di vuoto conseguente, il rapporto con la madre terrestre per il razionale vulcaniano Spock), ma anche e soprattutto il loro percorso di crescita e la nascita, da una rivalità iniziale, di un’amicizia tra i due.
In ultima analisi quindi ciò che interessa al regista resta sempre il fattore umano e le tensioni interiori. Un altro dei temi portanti della pellicola è infatti l’annoso conflitto tra ragione e passione, sentimenti che poi finiscono per completarsi e integrarsi proprio in Kirk e Spock. Un non fan della serie storica, per sua stessa ammissione, Abrams sembra allora guardare più a miti come Superman e The Twilight Zone, che hanno esplorato le zone di confine e le inquietudini sia dei cosiddetti supereroi che degli ordinary men.
Il film funziona bene per opera di un ben riuscito lavoro di gruppo e a un buon cast, anche da un punto di vista tecnico. Da segnalare il cameo di Leonard Nimoy, lo Spock originale in un incontro illuminante e divertito, frutto delle realtà parallele, con il suo omonimo giovane.
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