Recensioni

Non sta ovviamente a noi, anzi non ci interessa proprio, stabilire la vera storia dietro la realizzazione di Donuts, cult del mondo hip hop – e oltre – che deve molto, tanto, tantissimo, all’immagine mitica di J Dilla alle prese con il disco sul letto di morte. Riavvolgiamo brevemente il nastro per una giusta sintesi: negli ultimi anni di vita a James Dewitt Yancey vengono diagnosticati lupus e TTP, malattie invalidanti e inesorabilmente letali. Il mito, o la leggenda, fate voi, vuole che, armato di giradischi e campionatore, il producer di Detroit abbia scritto e composto l’album nella stanza del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles, con l’immagine, dolorosissima e amorevole assieme, dell’adorata mamma Ma Dukes – ormai sul lastrico – a massaggiargli le dita per tenerlo sveglio e permettergli di trafficare con gli strumenti, mentre gli amici fanno avanti e dietro dal suo scantinato per portargli dischi da campionare.
Ci ha pensato invece Dan Charnas, autore del fondamentale Dilla Time, a dissipare l’aura magica attorno alle session di Donuts, che in pratica era un beat tape lungo poco meno di mezz’ora realizzato – e su questo non c’è ombra di dubbio – nell’andirivieni casa-ospedale e contenente in nuce l’idea primigenia delle tracce poi pubblicate, ma editate con sapienza dal boss di Stones Throw, Jeff Jank, che avrebbe pure scelto i titoli, ovviamente con la Dilla-approvazione.
Ecco, ora che c’è da scegliere a quale delle due versioni credere, possiamo finalmente concentrarci su queste ciambelle, dolcissime, fragranti, visionarie. È materiale che ancora oggi fa scuola, insuperato e – ci mettiamo la mano sul fuoco – insuperabile, ci provano in tutti i modi a riprodurre quel feeling (sì, anche e soprattutto la ragazza sempre china sui suoi libri), ma nessuno ci si avvicina nemmeno. Grazie al cielo quell’altro fenomeno di Madlib ha capito che la cosa (più) giusta da fare sia al massimo provare a omaggiare il suono e mood dell’amico, ma sempre mettendoci il proprio gusto e talento, e dunque ascoltatevi i volumi 5-6 della serie Beat Kondukta per capire di cosa parliamo.
Donuts come sunto (di una frazione) del Dilla pensiero serrato in 40 minuti che sono fuochi d’artificio e schegge di follia, genio, dolore. Per certo Jay Dee sapeva bene cosa lo aspettava a stretto giro, giusto il tempo di visitare un paio di negozi in dischi in Brasile qualche tempo prima. Della morte conosceva già occhi e odore, il piano inclinato era imboccato da tempo, ricordiamo il tour in Europa in sedia a rotelle, e difatti non è poi esercizio così assurdo scovare segnali e messaggi tra le pieghe di un album che in fin dei conti è un testamento. E poco importa se quei titoli li ha scelti Jank o meno (Two Can Win ingegnosissimo), basta ascoltare il lavoro di forbice e vinilica sui chop e la manipolazione raffinatissima dei sample, alcuni da vero crate digger qual era Yancey, altri certamente più agevoli, se non nell’interpolazione, di certo nella ricerca. Il suo è uno spettro di ricerca di materiale da scassare ampio, illuminato, obliquo, intersecante: Zappa, Jackson 5, Raymond Scott, Dionne Warwick, 10cc, Tin Tin, The Trammps, Stevie Wonder, giusto per citarne un paio.
Uno splendido e collagistico affresco sampledelico, chiaramente hip hop nella matrice e limpido nella sua profonda anima soul, per l’occasione meno di quel viola diamantino citato perfettamente da Gabriele Marino per evocare un suono liquido e urbano che aveva già ridefinito gli ampi contorni di genere producendo – non di rado nell’ombra – mezzo mondo e se stesso (Welcome 2 Detroit e Fan-Tas-Tic (Vol. 2) sono ascolti obbligatori), ma per l’occasione brillante di quel nero e giallognolo sbiadito di copertina, un folgorante gioco di luci e ombre che anche nella tragedia imminente nasconde sempre il sorriso autentico dell’artwork. È una ciambella, per l’appunto, si inizia con un outro e si conclude con un intro per far girare all’infinito questa ruota chiamata vita, il loop come meta-narrazione di carne, cuore e silicio.
Un flusso straziante, fratturato, strappato, drammatico. Trentuno fantasmi spesso poco sopra il minuto storti e grattati come giusto lui sapeva fare e non è solo una questione di quantizzare o meno, rap zero, non c’è soluzione di continuità ma scorre che è un piacere, tra una The New che chissà quanti producer house ha fatto crepare d’invidia con quei fiati, una stramba cover di Light My Fire di Morrison e soci presa in esame (Light It), la clamorosa Lightworks (MF Doom la riciclerà più avanti paro paro) che è geniale anche solo recuperare, figuriamoci metterci mano, o quell’incanto che è Time: The Donut of the Heart, ovvero prendere un campione dei tanti, in questo caso Jackson 5 le vittime designate, lavorare un filo di toni e pitch, sezionando e posizionando chirurgicamente il microdettaglio di chop e slice da far suonare. Ed è tutta un’altra cosa. Tecnicamente roba replicabile con un filo in più di impegno, ma fatevi pure sotto.
Quello delle ciambelle è un suono sporcato e scintillante, toccante, spesso sbilanciato sul lato più elettronico e frammentato dell’ultimo Dilla, tagliato nel profondo, oscuro e gioioso in egual misura, fanciullesco e artigianale, quasi sempre si intravede anche il sangue, la lacrima. Bye. è ovviamente il lacerante commiato a Ma Dukes che porterà avanti la legacy del figlio anche scontrandosi con le volontà degli amministratori dell’eredità, U-Love la sofferente lettera d’amore, Dilla Says Go una spinta per il fratello Illa J, Two Can Win (fare Kanye meglio di Kanye) ovvero la lotta che sta per volgere al termine. Prendete Walkitonit, archi spezzafiato, il chop che ripete “broken” e “blue” (dobbiamo aggiungere altro?) con Dilla a togliere e restituire la “n” per sottolineare il portato emotivo del momento. Il gran finale (anzi, l’inizio) Welcome To The Show, pure, parla da sé: Jay Dee pesca dal mazzo When I Die dei Motherlode e la strofa “when i die i want to be a better man than you’d thought i’d be”, isola “die” e “be” e li fa girare, il secondo, soprattutto. Workinonit, d’altro canto, trasforma un “fade me” in “save me”. James che scruta l’abisso e viceversa.
Donuts esce nel giorno del 32esimo compleanno del suo autore, il 7 febbraio 2006. Appena tre giorni dopo, J Dilla, lascia questo mondo.
Nei secoli dei secoli, capolavoro.
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