Recensioni
J.D. Payne, Patrick McKay
Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere - Stagione 1
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Carmen Palma
- 4 Settembre 2022

Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere è la prima serie tratta dalle opere di J.R.R. Tolkien dopo l’accordo stretto dagli eredi dello scrittore con Amazon. Progetto ad altissimo budget pensato per durare più stagioni, l’inizio di questo viaggio è nella Seconda Era, migliaia di anni prima degli eventi de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli. Si tratta di un arco narrativo che copre migliaia di anni nelle storie originali ma, come è ovvio che sia, nella serie saranno condensati.
Le prime due puntate, dirette da Juan Antonio Bayona, tutto sommato sono all’altezza delle aspettative, nonostante l’opera di taglia e cuci dal materiale letterario. Molto di ciò che si vede nella serie, infatti, è tratto dalle Appendici del Signore degli Anelli, che raccolgono parte del corpus mitologico creato da Tolkien. Altra fonte di ispirazione è il complesso Silmarillion. Per un’opera così imponente, un adattamento ha il sacrosanto diritto (e dovere) di operare dei cambiamenti. E, perché no, anche di aggiungere nuovi personaggi. Non devono quindi meravigliare le libertà che gli autori si son presi: bisognerebbe invece cominciare a pensare alla serie come prodotto a sé, senza tenere troppo l’opera letteraria di Tolkien come punto fisso (detto così può sembrare una bestemmia, ma anche un gigante come lui deve scendere a compromessi quando si parla di adattamenti). Per cui sì, non c’è niente di male nel trasformare Galadriel (che l’autore dipingeva come una sorta di amazzone) in una combattente in armatura per amor di spettacolo (e chi la prende ad esempio nella propria crociata contro l’inclusività a tutti i costi lo fa in cattiva fede).
Soprattutto quando Morfydd Clark, l’attrice scelta per impersonare l’elfa, rende benissimo il piglio fiero e a tratti arrogante della giovane Galadriel (Tolkien la definì la più orgogliosa dei Noldor, dopo Fëanor). Galadriel infatti, in seguito alla guerra contro Morgoth, ha fatto suo il voto del fratello, ucciso dallo stregone Sauron, e continua la sua opera mettendosi in viaggio per lunghissimo tempo, alle prese persino con i troll. Passano i secoli, Galadriel ha ormai fatto ritorno dalla sua missione, il male sembra essere definitivamente scomparso. Ma dentro di lei sente che non è così… Qui l’elfa assume un po’ il ruolo della Cassandra, che però non si dispera, anzi. Si ribella e va incontro al suo destino, anche quando questo significa mettersi in pericolo.
In ogni caso, la prima cosa importante da dire è che, visivamente, Gli Anelli Del Potere è mozzafiato. Ogni frame trasuda tutti i milioni del suo budget. Non si fa abuso della CGI, in pieno rispetto dello spirito di Peter Jackson. Alcune scene sembrano dei dipinti, e la loro maestosità è accompagnata da una colonna sonora altrettanto potente. Non si sente ancora del tutto l’atmosfera della trilogia, per intenderci, quella della Contea. La cosa che più si avvicina agli Hobbit sono i Pelopiedi, l’ancestrale comunità errante di mezzuomini di cui conosciamo la giovane Nori, interpretata da Markella Kavenagh. Nori è una ragazzina con la voglia di esplorare l’ignoto, cosa che, in un certo senso, ha in comune con Bilbo Baggins e un po’ meno con Sam e Frodo, che invece nella Contea hanno la propria dolce e sognante comfort zone (ma non per questo si sottraggono al loro viaggio). La metafora del viaggio, del resto, è uno dei grandi temi della saga dell’Anello ed è bello vedere che, ancora una volta, a personificarne i significati è il personaggio più giovane.
Una delle sequenze migliori (e quella che più si avvicina allo spirito tolkienano) è quella ambientata a Khazad-dûm (Moira) nel secondo episodio, dove possiamo ammirare le miniere in tutta la loro gloria ma soprattutto fare la conoscenza del Principe Durin e di sua moglie, Disa. Chimica perfetta tra i due attori, che regalano molti sorrisi: questa scena è l’esempio perfetto dell’equilibrio tra solennità e leggerezza che le prime due puntate riescono a mantenere. Una leggerezza sostenuta da un fattore principale: gli episodi corrono all’impazzata, il pilot serve principalmente al world building, i personaggi vengono buttati in scena e non si fa troppa fatica a seguire il filo (anche per chi non è lettore delle opere di Tolkien). Questo, però, è anche il suo difetto, perché in due episodi la serie sembra solamente accarezzare la superficie dei personaggi (come è normale che sia agli inizi), ma senza far sentire la voglia di saperne di più per certi di loro. Ad esempio, la serie per ora sembra stuzzicare poco sull’universo elfico, ed è un peccato (così come sarebbe stato bello vedere altre cose del background di Galadriel, ma non sappiamo come si sarebbe incastrato col resto della narrazione). Ed anche la storyline dell’elfo Arondir e della guaritrice Bronwyn sembra essere più macchinosa rispetto alle altre. Quella che funziona meglio è sicuramente la storyline di Nori e dello sconosciuto gigante caduto dal cielo, che lascia lo spettatore con tanti interrogativi.
Viene naturale a questo punto fare il paragone con la competitor House of the dragon, che pur ha introdotto un numero considerevole di personaggi: il suo problema nel pilot era esattamente l’opposto, cioè quello di dare ai personaggi dei ruoli di cui abbiamo già conoscenza, così da apparire fin troppo confezionati (esempio: il machiavellico Primo Cavaliere, l’arrogante Guardia del Re, ecc.) Con il secondo episodio comunque questo problema è stato superato: bisogna capire adesso quanto ci metterà Rings of Power a fare lo stesso. Ma come già detto, ci troviamo davanti a un universo denso e complicato: se la serie dovesse metterci più di un paio di episodi ad ingranare in questo senso, sarebbe comprensibile. Altrimenti dovrà vedersela con i 25 milioni di persone che hanno visto la serie fin dal suo debutto…
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