Recensioni

Personalità sobria, uomo del popolo, rap star, poeta, purista, ragazzo, bambino, uomo, padre, marito, cenere, carne, anima. J. Cole è sempre stato tutto questo e molto altro e, nella sua (presunta) ultima ode all’hip hop, sembra aver finalmente raggiunto quell’orgasmo poetico che ha sempre inseguito negli anni.
Ovviamente, quando si parla di Jermaine Cole, hip hop non vuol dire tanto – o non soltanto – la fascinosa controcultura nata nel Bronx o lo scorbutico genere che fa tanto discutere, bensì un crocevia esistenziale di incontri, amori, situazioni, cadute e domini che, a suon di parallelismi, racconti e riflessioni, arriva a coincidere con la vita stessa. E se l’hip hop è davvero vita, allora deve essere anche – e soprattutto – caduta.
The Fall Off, che da quasi dieci anni compare regolarmente in testi e riferimenti extra-musicali che hanno alimentato la mistica aura da regular man di Cole, è inevitable, impossibile da evitare. Proprio come il titolo di un brano – quello scelto come singolo anticipatore – ci ricorda. Lì Cole, nel suo fascino per lo storytelling e per la sobrietà strumentale, compie un trucchetto intelligentissimo che si ripeterà a più riprese nella lunghissima scaletta: rilegge gli archivi del rap passando per i suoi miti, ma andando oltre.
In questo caso il racconto interamente al contrario riprende chiaramente Rewind di Nas, pezzo di Stillmatic (2001) in cui l’icona newyorkese – un po’ come in Memento di Nolan – narrava una crime story partendo dall’omicidio per risalire alle motivazioni. Cole, tuttavia, ne universalizza la struttura raccontando un’intera vita: dalla morte ai funerali (in cui le lacrime dei cari tornano dentro gli occhi), fino alla nascita (la madre riconsegna il piccolo Cole al dottore), passando per i capitoli di una gavetta che, narrati al contrario, potrebbero alludere alla fall off di un artista che dal successo e dalla stabilità sentimentale torna nel turbine di screzi, litigate e drammi economici.
Alla fine, che sia dritta o al contrario, la storia termina con lo spirito che si dissolve. Cole è polvere. La caduta è inevitabile, anche se si prova a schiacciare “reverse” sulla propria vita.
Questo esistenzialismo manifestato dal rapper di Fayetteville si lega naturalmente a chi, da sempre anti-star, non ha mai trovato il proprio senso nei numeri e nei riconoscimenti. Quindi, dopo l’esibizionismo quasi ginnico di The Off Season e il discutibile, disomogeneo e superfluo Might Delete Later, Cole torna a riflettere a pieno organico su questa condizione psicologica in The Fall Off, album che, insieme ai vari Donda, Don’t Be Dumb o Music, è stato pubblicato dopo una lunghissima gestazione, che ha contribuito a rendere questi dischi più un oggetto mitologico che un semplice album.
La scaletta, interamente autoprodotta e divisa in due lati ben distinti – il primo segue la prospettiva di un Cole ventinovenne, quindi in piena fama, il secondo quella del Cole di oggi, superstar vissuta e tormentata – intreccia e fa collidere il rapporto con la fama, il legame geografico indissolubile e soffocante ma caloroso con Fayetteville (luogo dell’infanzia, anche se, come è noto, Cole è nato a Francoforte), conversazioni tra amici, odi sentimentali, riflessioni meta-musicali e racconti di scontri interiori irriducibili.
Nel continuo ritorno al passato, prima nel presente dei ventinove anni e poi nelle memorie dei trentanove, Cole cerca il senso del proprio percorso, come artista e come uomo. In Safety, su un boom bap ordinario e impreziosito da echi jazz, un amico d’infanzia parla a Jermaine, che perde centralità per diventare destinatario della lettera: costretto ad ascoltare parole comprensive e affettuose che gli ricordano scenari passati e il caos della normalità, collegando lo spettro della fama al suo difficile rapporto con ciò che veniva prima. Inutile soffermarsi sul tappeto metrico che, come sempre, si districa con una malia che ha pochi eguali: “Ay, bro, what’s going on? I feel no way when you don’t respond, dog / I know your heart, and I know your bond / I know a lot is on your plate and more is on your mind / But still I hit you time to time when you crossin’ mine”.
Cole torna su questo tema in altri frangenti: nella spagnoleggiante e Outkast-iana The Let Out (timbricamente vicina anche ai Bone Thugs-N-Harmony), che si cosparge di caos in un racconto di pericolo notturno; nella lussuriosa Lonely At The Top, amarissimo excursus sulla perdizione e la solitudine portate dal denaro; in Run a Train, che in compagnia di Future racconta l’affievolirsi del legame con il passato con un lirismo magnifico e pungente (“Fayettenam, you my heart but at the same time… that day’s gone”); o ancora in Quik Stop, minimalista e drumless, attraversata da sussulti di archi e bassi, che rievoca l’incontro con un fan capace di sconvolgere Cole nel pieno del successo, fino a ricordargli il vero motivo per fare musica: “more than the riches you stack, see, it’s the difference you make”.
Se la prima parte è comunque un brillante ricerca identitaria – che passa anche nel soul sognante di Bunce Road Blues (con l’insospettabile coppia Future–Tems), nella passionale e catartica Poor Thing o nella robotica e trappata Who Tf Iz U – è nella seconda metà che troviamo forse il miglior J. Cole di sempre.
A partire dalla torrenziale intro in due segmenti, che dalla chitarra malinconica esplode in un mastodontico inno southern all’autoaffermazione, Cole si svuota completamente. E sorge un sospetto: dopo questo Disc 39, potrà ancora scrivere qualcosa di così definitivo su di sé? Se The Villest – che richiama il ritornello di Elevators degli Outkast e chiama Erykah Badu ai vocals – è un’ineccepibile manifestazione di potenza lirica e catarsi individuale, Life Sentence è altrettanto essenziale nel suo anthem anni Duemila (con ritornello tratto da un classico di DMX), dove l’aspirazione alla pace passa per la moglie, forse il punto di riferimento più marmoreo di Cole.
L’altro – persino più della spiritualità, celebrata nell’intricata Man Up Above – è l’hip hop. Love Her Again, tra i più riusciti meta-rap di sempre, riprende I Used To Love H.E.R. di Common (a sua volta rielaborata recentemente da Freddie Gibbs) per una torrenziale e brillantissima personificazione della cultura rap come femme fatale in continua mutazione. È l’occasione per Cole di attraversarne le fasi: dalla golden age newyorkese al baricentro culturale spostato ad Atlanta, fino alla trap e alla sua iper-mercificazione nell’era dell’immagine. Ma nella sua penna questo mutamento non è corruzione: è il nocciolo stesso di un movimento che, fin dalla nascita, ha vissuto di rotture e scandali.
L’ultimo sussulto, prima della reale conclusione di and the whole wold is the ville, che conferma il fascino per un essenzialismo jazz che torna a più riprese, è What If, il pezzo più metafisico e surreale, ma anche il più toccante. E il tentativo definitivo da parte di Cole di riscrivere la storia dell’hip hop. Incarna prima Biggie e poi Pac (oltre che la prospettiva Cole adotta i loro linguaggi, metriche e cadenze), prima che la tensione artistica tra i due si tingesse di rosso, cambiando le tragiche sorti della faida con un chiarimento epistolare tra i due.
Non sappiamo se The Fall Off sia davvero l’ultimo testamento di J. Cole al genere di cui ha incarnato i valori più puri, ma ha tutte le forme, le suggestioni e gli esiti di una catarsi totale: il culmine e l’ultimo respiro di un percorso coerente, brillante, commovente.
Alla fine, beffa del destino o squisito paradosso, sarà proprio il Lungo Addio di J.Cole, la sua caduta, la sua dissolvenza, a renderlo eterno.
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