Recensioni

6.7

Il trio è ben assortito: da una parte la batteria fisica, sudatissima, instancabile di Balazs Pandi, uno che è free anche quando suona con Merzbow e Gustafsson, figuriamoci in un combo che indaga lo stile jazzistico “istituzionalizzato” da Ornette Coleman dandone una propria, personalissima, versione; dall’altra il sax brasiliano di Ivo Perelman, frantumato in mille riflessi di acuti, strettoie e deflagrazioni; in mezzo il basso elettrico di Joe Morris, col suo borbottare tellurico e indecifrabile che fa da collante tra gli acuti dei primi due. Quest’ultimo minaccioso sulle frequenze basse, almeno quanto Perelman e Pandi sono anfetamina su quelle alte e nella parte ritmica, in una ricerca di significati che ha a che fare esclusivamente con l’interplay e l’improvvisazione.

Il risultato è un incalzare continuo, un vibrare saturo di piatti, rullante e note stritolate, un gorgogliare di link sonori solo supposti e ai confini con l’esaurimento fisico e mentale; musica che scrive manifesti (Freedom), accenna a momenti di stasi (What Love Can Lead To), macina statement rarefatti ma insistenti più di un’emicrania senza ibuprofene (Universal Truth). In chiusura i diciassette minuti di Stigma sembrano aprire per un attimo, per poi stamparti sul grugno l’ennesima cavalcata assordante in cui ipotizzare fatemorgane di break hip hop in mezzo al “noise” generato dal sax di Perelman.

Autoreferenziale? Forse. Affascinante? Senza dubbio. Ma solo per veri cultori.

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