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Filosofo tedesco di origine ebraica, fu Herbert Marcuse a coniare la frase «l’immaginazione al potere», diventata uno degli slogan principali dei movimenti di protesta studenteschi del 1968.

Un anno dopo la rivoluzione non era stata trasmessa per tv, come profetizzato da Gil Scott-Heron (The Revolution Won’t Be Televised), semplicemente perché la rivoluzione aveva fallito, non c’era stata. Ciononostante l’eco della fantasia al potere era rimasta nell’aria, e avrebbe fatto il suo corso producendo risultati eclatanti nel mondo dell’arte a tutto tondo, dalla letteratura al teatro, dal cinema alla musica. Risultati eclatanti e imprevisti. Raggiunti con l’uso di stupefacenti laddove contemplato, ma anche no. Non solo Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, o i Pink Floyd più “outer” su una sponda dell’oceano Atlantico, o una pletora di “soliti noti” della West Coast dall’altra parte del gran deserto d’acqua salata, ma anche outsider che nessuno si aspetta.

Per esempio Isaac Hayes, uno dei massimi alfieri di quella Stax Records sinonimo di musica soul e funk come poche altre label. Hayes nel 1967 ha composto al 50% Soul Man (l’altra metà e opera di David Porter), canzone portata al successo da Sam & Dave che conoscono anche i rockettari più intransigenti. Al punto che il mondo del rock ha riconosciuto la trasversalità di Hayes, inserendolo nel 2002 nella Rock and Roll Hall of Fame. Un riconoscimento quasi dovuto, dato che il musicista di Covington, Tennessee, è tutt’altro che un soul man monodimensionale o facilmente inquadrabile.

Hayes esordisce nel 1968 con Presenting Isaac Hayes, all’interno del quale si spazia soprattutto tra jazz e blues; di soul nemmeno l’ombra. Precious, Precious, che ridotta a 2’45” di durata apre l’album, in realtà è un molok di oltre 19 minuti (che vedrà la luce nella ristampa su CD del 1995). In formato trio jazzistico – Hayes al piano, Donald “Duck” Dunn e Al Jackson Jr. già basso e batteria di Booker T. & the MG’s – la cellula anarchica improvvisa con toni che nei vocalizzi di Hayes, seppur con tonalità più grave, sfiorano il surrealismo sovversivo – blasfemia! – del Robert Wyatt dei Soft Machine. Di cui è certo non conosceva l’esistenza. Sono i prodromi di Hot Buttered Soul, che nasce quasi come una imposizione, su spinta della Stax che ha necessità di rimpinguare velocemente il catalogo poiché tutte le precedenti registrazioni sono andate, per liberarsene, alla Atlantic Records.

L’immaginazione al potere, dicevamo. Per Hot Buttered Soul, Hayes va oltre, sfiorando la follia, quella che solitamente si dice andare a braccetto con la genialità. Ci vuole al minimo un visionario, per prendere un gioiello di eleganza come Walk On Bye, delicatissimo e venato di irrisolvibile malinconia, uno dei cardini della fama di Burt Bacharach e uno dei massimi capolavori della musica mainstream americana (e perdonatemi, dell’intero ‘900), e strattonarlo fino a fargli perdere i sensi, innervarlo di hammond e orchestra, dilatarlo all’inverosimile come se fosse progressive inglese, e ancora non bastasse, non fosse già un affronto insopportabile, una sfida impossibile da vincere confrontarsi con l’originale, ecco la morsa di una chitarra elettrica che sfregia come una lama slabbrata e arrugginita e di un organo che impenna come la marea irosa, messi lì a stritolare un coro femminile che chiede ristoro, pietà, oblio. Lei, la protagonista, implora lui di proseguire, la incontrasse. Lui, che nella versione di Hayes prende la parola tramite gli strumenti per fare valere le sue ragioni.

Hayes stringe tra le braccia Walk On Bye con troppo ardore, togliendogli il respiro e rallentandolo fin quasi a perderne i battiti del cuore, poi lo lascia libero di inalare fino a esplodere in un crescendo che stordisce, verrebbe voglia di dire banalmente, Wagneriano. Che per certo, come Wyatt, Hayes non sapeva chi fosse. Nel corso degli anni sono venute alla luce, e continuano a comparire, decine e decine di versioni di Walk On Bye, anche recenti; quella di Hayes, di oltre mezzo secolo fa, le batte tutte per distacco. E se anche i record sono fatti per essere superati, temo che resterà al primo posto della lista ancora per molto.

Ho nominato il progressive inglese. Se dagli originali nemmeno tre minuti del Walk On Bye cantata da Dionne Warwick, Hayes trae dal suo cilindro – che sulla copertina del disco di esordio tiene nella mano sinistra e non metterà più, facendo del suo cranio glabro sorta di icona – una versione quattro volte più dilatata, siamo ancora lontani dai quasi 19 minuti di By The Time I Get To Phoenix che valgono la durata di una suite progressive. La canzone è di Jimmy Webb, incisa per la prima volta nel 1965 da Johnny Rivers.

Frank Sinatra ha dichiarato che si tratta della torch song, “strappabudella” per dirla in modo volgarmente agli antipodi del senso, più bella di tutti i tempi. Un’altra sfida che Hayes affronta a suo modo, impareggiabile. Non solo interviene sulla musica, com’è ovvio che sia, ma non potendo cambiare le parole anticipa una lunga parte narrata che, letta oggi, ha i contorni del prequel. Otto minuti di testo declamato con la musica che macera in sottofondo a fuoco lento. Una nota fantasmatica di organo che aleggia immutabile, il tocco della bacchetta su un cimbalo all’infinito, il basso che pulsa come una vena in attesa di esplodere, e Hayes che spiega il senso della canzone in terza persona, poi si cala nel protagonista, come dal vivo sul palco, e quando il gioco affabulatorio sembra non avere fine, ecco By the Time I Get To Phoenix, testi e musica.

Archi su un canale, la batteria che cambia voce, l’orchestra che addobba con preziosi particolari, di finezza e non di prepotenza. Hayes che sforna una interpretazione da torcher che avrebbe fatto contento anche il vecchio, ineguagliabile, Ol’ Blu Eyes. Ma tra i solchi di Hot Buttered Soul non c’è nulla di scontato, tanto meno By the Time I Get To Phoenix, che quando sembra incamminarsi sulla via dello standard si trasforma da dimessa confessione in un grandioso disegno collettivo: fiati in competizione con gli angeli in procinto di abbattere le mura di Gerico, batteria e hammond fuori controllo, una marcia trionfale e imprevista.

Tra i due estremi si assestano Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic (chissà se Celentano che incide Prisencolinensinainciusol nel 1972 ne sapeva qualcosa), altro mastodonte di quasi dieci minuti che si destreggia tra funk, rock e la jam jazzistica dell’esordio di Hayes, il solo brano originale dell’album che mantiene altissima la qualità della proposta, e One Woman (scritta da Charles Chalmers e Sandra Rhodes, incisa nello stesso anno da Al Green), una ballad R&B di soli miseri 5’ che rappresenta l’unica concessione alla facile ruminazione. Piccola debolezza che Hayes si fa perdonare evitando che il pezzo, il vero potenziale brano da rotazione radiofonica, venga pubblicato come singolo per trainare l’album.

Hot Buttered Soul esce nel giugno 1969, l’aria che abbraccia il mondo intrisa di immaginazione bruciante. E colpisce nel segno. In USA è un successo: n° 1 nella classifica di categoria, R&B; n° 8 nella generale di Billboard. La gente ha voglia di lasciarsi andare alla fantasia; gli artisti – come Isaac Hayes, imprevisto e imprevedibile –, con una puntualità e una precisione che non avranno pari nel futuro remoto, vogliono recapitarne il messaggio.

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