Recensioni

Dopo i gloriosi lavori per l’ottima International Anthem, il collettivo free jazz militante Irreversible Entanglements continua il proprio percorso sulla blasonata Impulse!. Protect Your Light (2023) aveva coronato il tragitto fin lì intrapreso: un connubio di impegno politico e spiritualità declinato lungo l’asse della grande tradizione jazz, dai trascinanti spiritual di Alice Coltrane, alla complessità improvvisativa dell’Art Ensemble of Chicago, fino all’influenza di Gil Scott-Heron, autentico ispiratore di una presa di coscienza insieme sociale e sonora. Inciso nel leggendario Van Gelder Studio, questo Protect Your Light non apre un nuovo capitolo ma ne espande la prospettiva, innanzitutto attraverso gli ospiti. Strano ascoltare la voce di Helado Negro da queste parti, meno trovarvi un’istrionica Motherboard, ovvero Kyle Kidd, impiegata in metà delle composizioni: i suoi slanci e le acrobazie vocali si pongono come contraltare ideale allo spoken e alla poesia radicale di Moor Mother.
Parafrasando alcune strofe, questo è un disco di “canti di battaglia” a propulsione ritmica: il passo di un ensemble che marcia verso la vittoria, sospinto da ritmi dell’America Latina e dell’Africa che si intrecciano fin dall’apertura. Fitte, sommesse eppure festanti percussioni afro-latine introducono Juntos Vencemos – insieme vinciamo – un messaggio che si fa subito più appuntito nella successiva Don’t Lose Your Head (Messing with the Guards), ponte tra jazz e soul, tra Pharoah Sanders e lo stesso Gil Scott-Heron, attraversato da un flusso ritmico che richiama la samba. Suggestioni che riaffiorano in We Know e nella tesa Panamanian Fight Song, dove gli accenti sono afrobeat.
Le traiettorie cosmiche non mancano: viscerali in Vibrate Higher, fluttuanti ma sul crinale del collasso in Keep Going, noir e davisiane ancora in Keep Going, oppure scure e rituali in Hold On (con Kidd a esplorare registri ipnotico-operistici), fino alle aperture più magiche di The Spirit Moves, introdotta da un idiofono. Un verbo che può esprimersi anche in purezza free (The Messenger), ma che trova nell’ibridazione e in un paradigma afro-diasporico il proprio fulcro.
Non l’album più sperimentale degli Irreversible Entanglements, forse nemmeno il migliore: di certo un ulteriore tassello di un percorso che fin qui non ha mai deluso, mantenendo standard davvero alti.
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