Recensioni

Una parabola ascendente. Dopo il rilevante salto qualitativo avvenuto tra i primi due album e la sorprendente conferma con l’ultimo EP Woman King datato 2005, che cosa potevamo aspettarci da Iron & Wine, alla sua terza lunga fatica, se non il meglio? Affermiamolo subito: Sam Beam, l’unico titolare del progetto Iron & Wine, con Shepherd’s Dog si è spinto ben oltre, ha toccato il cielo, o più esattamente, come vedremo, ha carezzato il mare, l’oceano. Quest’album sfiora la perfezione. È così ricco di suoni e pregno di sfumature armoniose che la sua immanente accessibilità finale lascia esterrefatti. Un caleidoscopio ammaliante composto da milioni di colori armonizzati tra loro con disarmante cura.
Quella innovazione stilistica attuata nel suo ultimo EP, ora è ancor più ricca e affinata: le canzoni vengono intessute in trame musicali più complesse aggiungendo strati su strati di strumenti (grazie all’aiuto in fase di registrazione dei Calexico), passando dal folk al blues, dall’alt-country al pop. Complesse sì, ma di una semplicità unica.
Sì, potremmo far derivare ancora la sua proposta da nomi altisonanti quali Nick Drake (fin troppo facile da cogliere la sua influenza nell’opener track) Elliott Smith, Will Oldham, Wilco e compagnia varia, ma con Shepherd’s Dog la sua cifra stilistica è divenuta unica: ha raggiunto un’espressività e una sensibilità che non hanno uguali. A prova di ciò ci sono queste dodici canzoni. Il singolo apripista Boy With A Coin incanta come fosse una filastrocca di altri tempi: sorretto da un bislacco impianto folk stordisce malinconicamente con sospensioni slide e corali, ufficializzando la piena titolarità di Beam quale erede della ricerca Calexico, da qualche disco ormai stagnante. Poi ci sono la primaverile Lovesong Of The Buzzard, la sospesa Carousel e la profonda Resurrection Fern a rappresentare quelle commoventi ballate tipiche del Nostro. Ma sono due gli episodi che più colpiscono positivamente: House By The Sea e Flightless Bird, American Mouth. Quest’ultima rappresenta forse la canzone più bella mai scritta da Iron & Wine: un mesto e delicato valzer in grado di rallegrarci e intristirci simultaneamente grazie a quel dubbio straziante contenuto nel ritornello (“Have I found you? […] Or lost you?”). La prima, invece, risulta tanto innovativa dal punto di vista musicale quanto straordinaria da quello delle liriche. Un inserto percussivo tribale fa da sfondo a un coinvolgente condensato di suoni sul quale, come un cantastorie, Beam ci racconta malinconicamente di una casa sul mare nella quale abitano due sorelle gelose, e come l’amore e la libertà, occorre morire e rinascere per possederle. Ma rispetto alle liriche, è proprio la profonda ricercatezza di arrangiamenti il tratto distintivo dell’album, ciò che inserisce Iron & Wine direttamente nel solco sperimentale tra Eno e Byrne. Certo, questi nomi sono ancora lungi dall’esser raggiunti dal punto di vista dell’autorialità, ma la stravagante e tropicalista Wolves (Song Of The Shepherd's Dog) osa così tanto da far ben sperare per il futuro.
Per ora non ci resta che metterci ben comodi e lasciarsi avvolgere dall’ascolto di questo album. Il quale, chissà, forse proprio come il cane del pastore, fedele e responsabile oltremodo, ci condurrà dolcemente in quella casa sul mare, tra il profumo di rose e foglie di lampone, dalla quale solo l’oceano, ora, ci separa. “There is a house by the sea / And an ocean between it and me”.
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