Recensioni

6.8

Alle porte della scorsa primavera Sam Beam ci aveva piacevolmente sorpresi con il buon Love Letter For Fire, in collaborazione con la cantautrice californiana Jesca Hoop. A distanza di un anno, il folker statunitense riprende in mano il progetto Iron & Wine sostenuto dalla solita squadra di fidati collaboratori e, in poco meno di due settimane, consegna alle stampe «un disco che non ha la finalità di sorprendere». È lo stesso Beam a metterlo in chiaro: «Beast Epic suona come la maggior parte delle nostre passate produzioni pur concedendosi un approccio compositivo leggero e meno lezioso». Merito anche di quel processo osmotico avviato con alcuni compagni di viaggio imbarcati lungo il percorso (Ben Bridwell e la già citata Hoop) e con cui il Nostro è riuscito a misurarsi con un folk roots sempre più minimale ed intimista.

Beast Epic però non è solo un veleggiare di chitarre al chiaror di Luna. Sotto il soffice manto erboso, Beam e soci vivisezionano la «bestia», metafora inscalfibile dello scorrere del tempo e dei suoi effetti su volti, corpi e cuori. In sintesi, un pugno di canzoni che raccontano la bellezza ed il dolore di crescere quando si è però già adulti. A condire il tutto un velo sottilissimo di malinconia (Our Light Miles), di quelle che ti prendono quando decidi di tirare un po’ le somme di quanto realizzato in vita. Una prematura crisi di mezz’età, insomma, per l’uomo dalla folta barba da biker e che viene esorcizzata attraverso un susseguirsi di piccoli e preziosi affreschi (Call It Dreaming), tempi dilatati (Summer Clouds) e ninne nanne delicate (Song in Stone), capace di trasformare l’ascoltatore in osservatore. È l’effetto che l’ensemble cerca e che riesce a centrare mettendo bene a fuoco quello che sa fare meglio: una spremuta di folk revival spogliato da qualsiasi forma di sperimentalismo (la miscela di rock, tex-mex e jazz confezionata col supporto dei Calexico nell’EP In the Rains, ad esempio) e concentrato su microcosmi chitarristici abili nel far dialogare tra loro i brani in scaletta. Un misto di tonalità umbratili (The Truest Stars We Know) sulla scia del miglior Drake e ballate in punta di piedi (About a Bruise) che ricordano l’estro del Father John Misty di I Love You, Honeybear ma che denotano – in alcuni passaggi – anche un inutile rincorrersi a vuoto che rende pericolosamente piatta l’atmosfera.

A distanza di pochi anni dal traguardo dei quarant’anni, Sam Beam ha provato finalmente a guardarsi dentro, mettendosi completamente a nudo. Ciò che ha trovato non è il disco della maturità, quanto un percorso che ci auguriamo possa continuare evitando ulteriori strade secondarie. Beast Epic si assume l’onere di rassicurare l’ascoltatore indicandogli la strada più sicura poiché già ampiamente battuta e, a volte, può essere l’unica cosa che si desideri realmente. In fondo siamo umani non bestie, oppure no?

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