Recensioni

Se c’è una dinamica relazionale che tanto piace ai registi, di qualsiasi nazionalità, è quella del triangolo amoroso. Jules, Jim e Catherine di Truffaut, Adelaide, Oreste e Nello di Scola, Isabelle, Theo e Matthew di Bertolucci, per citarne alcuni. La lista è molto lunga, e gli aspetti che questi film decidono di scardinare sono i più disparati: dal sesso alle convenzioni sociali, dalla politica alla filosofia, dalla trasgressione ai sentimenti. Con il suo Passages, il regista statunitense Ira Sachs sceglie di esplorare principalmente due dimensioni, quella sessuale e quella della tossicità relazionale, in un bestiario umano tanto intrigante quanto semplice e lineare. E lo fa consegnandoci una pellicola piacevole e brillante nel modo che ha di raccontare i sentimenti umani.

Dopo aver terminato le riprese del suo ultimo film, il regista Tomas (Franz Rogowski) incontra un’insegnante, Agathe (Adèle Exarchopoulos), con cui inizia una relazione. Ma Tomas è sposato da anni con il grafico Martin (Ben Whishaw): dopo una notte di sesso passionale con Agathe, Tomas torna a casa e, con una semplicità disarmante, confessa a Martin il tradimento. Per lui, dice, è stata una novità eccitante, qualcosa di diverso. Sachs punta dunque su un triangolo queer, sulla fluidità che non è solo nel gusti sessuali ma anche nei sentimenti, nell’intreccio complesso di sensazioni e situazioni a cui Tomas dà il la. Nello sfondo c’è Parigi, con il suo calderone di culture, lingue e mode. Tutto è fluido e instabile in questa storia, in una sorta di “ineducazione” sentimentale in cui la complessità delle relazioni si scontra con un protagonista all’apparenza fermo e solido nel suo modo di gestire il triangolo, ma che in realtà è incapace di tenere in mano la propria vita e comunicare. Un’abilità, quest’ultima, che non si attesta con il semplice confessare un tradimento se si è volubili, irrequieti e narcisi .

In Sachs, tuttavia, non c’è una volontà “politica” di traslare la confusione esistenziale dei personaggi su un piano generazionale. La sua lente di ingrandimento punta tutto verso la pura analisi dei sentimenti e di una dinamica relazionale difficile, il cui centro di gravità è una persona tossica ed egoista. E quanti danni, si vedrà, può fare un individuo del genere. Un’attenzione, quella del regista, che guarda molto all’Europa e accoglie la lezione della Nouvelle Vague, di Fassbinder (si ritrova una certa sensibilità à la Le lacrime amare di Petra von Kant) o di registi più attuali come Christophe Honoré (anche nel suo La Belle Personne del 2008 c’era un triangolo amoroso al cui vertice c’era una donna insicura, Junie, interpretata da Lèa Seydoux). Insomma, se è vero che questo film non vuole essere un trattato sociologico, d’altro canto ci sa restituire uno spaccato di vita e del nostro tempo, tra corse e dichiarazioni d’effetto come nel più classico dei film romantici (ma questa pellicola tutto è fuorché romantica. Sexy sì, ma non romantica).

L’occhio di Sachs è freddo e non giudicante nell’osservare la scena, attraverso una regia asettica e senza troppi manierismi. Più vivace è invece la sua scrittura, nei suoi passaggi rapidi, nel suo ritmo che ti tiene con l’occhio incollato allo schermo, nelle scene di sesso lunghe ma sempre interrotte. C’è un “taglio” costante che pervade questa storia, nelle situazioni, nei rapporti, un modo efficace di rappresentare le anime spezzate dei personaggi. A questo dettaglio si aggiunge la performance di Rogowski, Exarchopoulos e Whishaw, tre attori che confermano di essere tra i migliori della loro generazione.

Questa sorta di manuale di una relazione distruttiva porta lo spettatore al suo punto di partenza: se, infatti, nella prima scena abbiamo visto Tomas al centro di una festa, in un valzer di corpi scolpiti, alla fine è solo, senza né Martin né Agathe, vittima dei suoi giochi e del suo narcisismo patologico. Sachs sceglie di farcelo vedere per un’ultima volta così, mentre lascia la scuola dove lavora Agathe in sella a una bici, fuori luogo, senza una meta. Pedala, semplicemente, allontanandosi tra i bambini e il traffico in un silenzio che no, non giudica, ma osserva freddamente la sua solitudine. Un silenzio che ha quasi pietà di lui. Nessun lieto fine dunque, per lui almeno. Per lo spettatore forse sì, visto che, per citare il film di Joachim Trier, Tomas non sarà davvero la persona peggiore del mondo ma poco ci manca.

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