Recensioni

Una koiné avventurosa e folle che parte dal dialetto siciliano, incontra certe cadenze di un crossover/funky anni ’90 in salsa etnica, riscopre le melodie e i colori musicali terzomondisti grazie anche a strumenti musicali come didjeridoo, marranzano, balafon, djembe, sangban: loro sono gli IpercusSonici, e no, non vi trovate davanti alla solita comune di frikkettoni scoppiati e in fissa con la ganja.
Un’autoproduzione nel 2005 portata in giro per l’Europa un po’ ovunque, un Tutti pari pubblicato da Finisterre tre anni dopo che li spedisce direttamente in Inghilterra al Womad di Peter Gabriel (in cui vengono presentati come “the adventurous new sound from Sicily”) e un terzo disco, il qui presente Carapace, che è un tripudio di psichedelie tribali (Cincu) in viaggio dal Medioriente all’Africa, all’Australia, all’America del blues della cover di On The Road Again. Nulla di stereotipato nel suono della band, anche quando il cantato in saliscendi di Alice Ferrara ricorda la Meg post-99 Posse; piuttosto, un approccio free e senza confini alla materia world, per nulla prevedibile eppure in qualche modo calato nell’ottica di genere.
Vengono in mente gli Honeybird & The Birdies, anche se la band sicula in realtà, pur mostrando lo stesso input glocalizzato nei suoni, è meno compatibile con un immaginario rustico, giocoso e agreste. Il tutto anche per un’ideologia “politica” comunque presente, come dimostra la Mururoa ceduta a Greenpeace nel 2011 in occasione del referendum contro il nucleare in Italia.
Carapace è un bellissimo esempio di originalità, oltre che un disco con un “tiro” tutt’altro che disprezzabile. Materia destinata non solo ai fanatici del djembe e delle feste afro: relegarlo a quell’ambito, sarebbe un errore.
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