Recensioni

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C’è un’altra fetta d’Italia, periferica anch’essa, che brucia di sommovimenti intestini come le Marche indagate tempo addietro. Gli scossoni che giungono dal basso Piemonte però – questo il luogo d’origine geografica dei tre Io Monade Stanca – sono decisamente più tellurici e pesanti: coagulata intorno alla Canalese Noise, piccola etichetta amante del rumore e delle pratiche diy, sta crescendo infatti una scena intera di grezzo post-hc mutante, urlato e difforme.

Come ogni regola ha la sua eccezione ecco i qui presenti Io Monade Stanca: geneticamente inclini alla variazione math e prevalentemente strumentali (la voce c’è ma è come uno strumento, a volte) sembrano la controparte cerebrale alle sfuriate dei compagni di merende (Ruggine su tutti). Il trio, però, sopperisce alle dubbiose questioni tipiche di questo genere (concettismo strumentale o fredda perizia senz’anima) con grandi dosi di follia e autoironia. Così si spiega il minuto iniziale dell’opener Abete 43211234, tributo al panzer-rock melvinsiano che si sfibra subito in un arpeggio post-rock made in Chicago, per continuare poi a rifrangersi in mille direzioni nei 4 minuti del suo sviluppo. Proprio alla windy city guardano i tre, ma se ne fottono altamente di reiterare le gesta ormai fattesi storia di quella città e quei suoni. E così si buttano a narrare – a colpi di frasi musicali nervose, epilettiche e fuori sincrono – le patafisiche storie di bubu, che immaginiamo essere il fratello schizoide, senza freni inibitori, scalcinato e umorale dell’Ubu di Jarry. Ne riparleremo a breve, sicuro.

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