Recensioni

7.2

Un tempo c’erano gli Edwood da Brescia, oggi – stemperata la vena indie shoegaze verso una emotività melodica in italiano, sintonizzandosi su un’onda che pare montante nel Belpaese – ci sono gli Intercity. Nel caso specifico va segnalata la peculiarità di una proposta capace di foderarsi d’un bozzolo onirico e stralunato, con quei testi come collanine febbrili e sordidelle infilzate a mo’ di cut up, cantati con lo struggimento balzano d’un Jason Lytle ipnotizzato Rosario Di Bella.

A proposito di Grandaddy, capita di pensare ai loro inneschi (Odio Anversa) e alle loro palpitazioni prog futuristico/post-moderne (Cerbiatti), così come altrove ti sovviene l’arte pop wave-nouveau dei Notwist (Pomeriggio alcolico, Sei stata compagnia), con le chitarre ora veementi ora impegnate in un trillare luccicoso, con le tastiere carezzevoli o acidule, il tutto casomai bagnato in un abbandono poetico e morbosetto come potrebbero i cuginetti decadenti dei Perturbazione (Caterpillar Music, Manhattan) o i nipotini svenevoli dei Marlene Kuntz (Racconti di dischi).

Al momento non è una band da strapparsi i capelli, ma in questi tredici pezzi c’è una ragion d’essere tanto tenace quanto obliqua, ed è il motivo – credo – per cui attraggono oltre i loro apparenti meriti.

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