Recensioni

Quando arriva la 4AD a bussare alla porta di casa dopo che hai pubblicato sul web solo una manciata di demo significa che, probabilmente, la tua vita sta per cambiare. E’ quello che è successo qualche mese fa a Søren Løkke Juul da Copenhagen, Danimarca: un vortice di circostanze l’ha portato in un attimo a ritrovarsi sulla bocca di tutti, a ricevere la telefonata dell’etichetta di Londra, a registrare un singolo – Cakelakers – moltiplicando il buzz e a girare il mondo di spalla a personaggi del calibro di Other Lives, Perfume Genius, Dan Deacon, Beirut, Bear In Heaven, Lower Dens e Savages. L’attenzione dell’intera blogosfera viene catalizzata definitivamente con la pubblicazione di una 4AD Session, ripresa presso l’isola privata di Osea nell’Essex, in cui Juul e compagni si esibiscono dal vivo avvolti dagli elementi naturali.
E sono proprio gli elementi naturali la chiave di lettura del disco, realizzato intorno a frammenti alt-folk, landscapes selvagge e desolate, lamenti malinconici e tanta, tanta oscurità. Indians è l’incarnazione del suono 4AD, immagine riflessa dei concittadini e compagni d’egida Efterklang e frutto della figliata di un Justin Vernon ormai vate generazionale. Un timido ragazzone danese lanciato di colpo sotto i riflettori, con al seguito la montagna di pressioni ed aspettative del caso. Juul ha le spalle grosse, ma fino ad un certo punto e questo Somewhere Else è lo specchio fedele della fragilità che ancora lo caratterizza. Sarà il passo un po’ più lungo della gamba, sarà la voglia di convincere tutto e tutti al primo colpo, ma la luce vera all’interno di questo esordio sulla lunga distanza si vede solo ad intermittenza.
C’è poca voglia di rischiare in questo disco, con il risultato che parecchi episodi finiscono per avvilupparsi su sé stessi, sfocando il fine per eccedere in verbosità, fra synth scintillanti (Lips Lips Lips), cavalcate di grimesiana memoria (Reality Sublime) e un generale incedere che – tranne che nella riuscitissima Melt e, solo in parte, nella title track – trasfigura spesso, da etereo-ipnotico che vorrebbe essere, in eccessivamente trascinato a discapito dell’efficacia della canzone. C’è da dire che ci sono altresì sprazzi di vera bellezza: Bird, costruita intorno ad un tappeto di pianoforte cristallino, sembra un’alba fra le fronde di una foresta inesplorata del Nord Europa, con gli svedesi Fredrik – ingiustamente sempre troppo poco considerati – a far capolino nei modi di contaminare cupe strutture alt-folk con elettronica ed inserti ambient; allo stesso modo, la successiva I Am Haunted convince pienamente fra chiaroscuri ed armonizzazioni in salsa Grizzly Bear, mentre Cakelakers – primo singolo – e Magic Kids strizzano l’occhio al già sopracitato Bon Iver languendo, il primo, i territori più spogli e prettamente acustici di For Emma Forever Ago e il secondo le contaminazioni più sintetiche e le atmosfere dilatate dell’omonimo sophomore.
I tentativi sono apprezzabili e si percepisce che l’interesse creatosi intorno alla figura di Juul non è cosa totalmente casuale, fatto sta che, sarà anche per le aspettative molto elevate generate dal bollino 4AD appiccicato sul retro e dall’hype che ne consegue, questo Somewhere Else lascia un retrogusto amaro, come qualcosa di incompiuto, e le luci a intermittenza disseminate sulla via non sono sufficienti, almeno per il momento, per non farci caso.
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