Recensioni

7

Li avevamo lasciati con la “psichedelia nera sempre più industriale” ma in assetto variabile di Totaled – e li ritroviamo con uno psych post-punk che certo tra cupo e chiaro sceglie le ore notturne. La musica di Indian Jewelry è scorticata, nomen omen da titolo dell’album, e nondimeno l’effetto sull’ascolto è come fare uno scivolo su carta vetrata. Con una novità rispetto al passato che tanto abbiamo celebrato: la fine della scivolata è nota (See Forever), l’abrasione costante, senza picchi e imprevedibili cambi di direzione.

Ciò che è intatto è la capacità di fare forse ottimamente ciò che oggi viene fatto già bene da altri – vedi le reminiscenze tra Peaking Lights e Fabulous Diamonds in Eva Cherie. Indian Jewelry nel 2012 vuol dire però principalmente essere punto di riferimento nel genere “bad trip psichedelico in formato canzone”. Musica psych fatta di spazzatura, come direbbero i diretti interessati.

Le undici tracce di Peel It – disponibili in full streaming – sono tali – ossia canzoni – quantomeno per durata e per riconoscibilità; non comportano sconquassi stilistici, lavorano sulla formula, ne cesellano una serie di varianti di medio-alta se non alta qualità (come nella drittissima ma perforante Heart Of A Dog). Il lavorìo ritmico è ipnotico eppure sempre in primo piano, come in Unknown Pleasures, la voce di Tex Kerschen (e a volte di Erika Thrasher, nomen omen part. II) riverbera con eco cose indicibili. Le pennate di chitarra sono moltiplicate per le x virgola volte delle dimensioni frattali, il basso un binario da cui non si sfugge. La sporca cinquina di Houston si è fermata a pensare e scrivere. Tutto se non altro apprezzabile, ma noi li preferiamo quando camminano sballati al buio.

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