Recensioni

Difficile definire gli Indian Jewelry. Già leggendo ciò che i
componenti della band scrivono di loro stessi si capisce che essi
mirano a confondere l’interlocutore, creando ambientazioni surreali; e
di riflesso la loro musica non può che seguire l’andamento – in alcuni
casi più vicina al passaggio tra i Settanta e gli Ottanta, in altri una
sorta di electrokraut apocalittico; o almeno questa era l’identikit
impreciso che ci era rimasto in mano fino alle precedente Invasive Exotics; ma abbiamo proprio l’impressione di dover rivedere il ritratto, complessificarlo, a fronte di Free Gold, secondo loro album.
Innanzitutto c’è la macchina industriale distorta di Temporary Famine Ship, che sembra uscita dalla Sheffield dei Cabaret Voltaire; ma così com’è essa rimane isolata, tanto è circondata, in tanti altri momenti (Seasonal Economy),
dal risvolto psichedelico che l’industrial da loro utilizzata riesce ad
avere – lontana anni luce dall’oppressione delle fabbriche e più vicina
al sole del Texas, da cui provengono. Ne è conferma la ballata arida diPompeii – e chissà se c’entrano i Pink Floyd;
e spesso la ragione sociale della band sberluccica e brilla come ottima
descrizione della musica prodotta (il gioiello indianofilo di Walking On The Water, che ricorda il Beck più oscuro di Yellow Gold, o l’acidume di Bird Is Broke (Won’t Sing), figlio normalizzato della ballata dei primi Mercury Rev).
Le diffuse spruzzate rumoristiche fungono cioè all’annebbiamento del
pensiero, si accompagnano al rallentamento generale dei brani rispetto
alle produzioni precedenti del gruppo; e quando sono ripulite restano
ossature psych-folk (Everyday). Anche se ogni tanto ritornano atmosfere e drum machine alla Tuxedomoon (Nonetheless), o inquietudini post-punk, se non addirittura battiti di mutanti robotici (Hello Africa) esse sono quasi sempre defilate nell’ambito del delirio delle coscienze, fino all’apice (Seventh Heaven)
ultrapsichedelico, dadaista e progressivo. Tanto che alla fine viene da
chiedersi: e se questa fosse l’ennesima (e riuscita) variante
dell’acid-rock dei Sessanta?
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