Recensioni
Index For Working Musik
Dragging The Needlework For The Kids At Uphole
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Tommaso Bonaiuti
- 21 Febbraio 2023

Index for Working Musik è un collettivo, più che una band, al quale danno corpo ed anima i membri di due band britanniche, Toy e Proper Ornaments, caratterizzate da pulsioni sperimentali, seppur radicate nel più classico dei filoni post-velvettiani.
L’opera d’esordio, Dragging the Needlework for the Kids Uphole, è un elaborato marchingegno con cui i nostri cercano di rianimare una creatura composta e stratificata – qualche scossone di feedback alla Jesus and Mary Chain qua, qualche pera di acid-folk alla Devendra o Brian Jonestown Massacre là, oltre a cavalcate selvagge sulla sei corde che ricordano (ora più che mai) Tom Verlaine.
Non è un caso, tra l’altro, che sia stato proprio l’ex bassista dei J&MC, Douglas Hart, a mettere la firma sul videoclip di Wagner, singolo di debutto nonché primo brano dell’album – un pezzo che trasuda VU da tutti i pori, nonostante riesca a suggerire un senso di freschezza e di insospettabile novità, sensazione che si ripete per tutto il corso dell’album. D’altronde è facile (soprattutto per chi scrive di musica) cedere al giochino dei rimandi e dei richiami, ma ciò che tuttavia risalta di questi IFWM è l’innegabile affinità con i compagni d’etichetta (Tough Love) Ulrika Spacek, una band di matrice indie-psych che talvolta si lascia tentare dal motorik (qua completamente assente).
Ciò che rende fruibile il disco ad orecchie più sgamate, oltre alla breve durata (poco più di mezz’ora), è il continuo saltabeccare da una fonte sonora all’altra, con un semi-percettibile e cullante moto ondulato di onde medie che si sintonizzano dapprima sulle sopracitate tempeste sonore shoegaze (Chains), poi su canali fantasma che trasmettono copie sbiadite dal multiverso dei Pavement (Railroad Blues), oppure ancora su frequenze oscure di puro collage sonoro e ambient malefica (Narco Myths, Petit Committeé), il tutto mantenendo alta l’attenzione dell’ascoltatore, e un piacevole senso di (dis)continuità.
Curiosa anche la matrice poliglotta del progetto, con due brani (Palangana e la conclusiva Habanita, un mantra che rievoca lo slowcore dei Duster) cantati in spagnolo, probabilmente dovuti all’origine (almeno l’idea platonica) della band – i futuri membri dissero di essersi imbattuti in dei fogli “imbevuti di piscio” in una straducola del Barrio Gotico di Barcellona, recanti simboli, scritti e rimandi a oscuri monaci ed eremiti cristiani.
Il punto più alto in questo album (anche per stranezza e distacco atmosferico) è probabilmente toccato da Athletes of Exile, due minuti e un quarto scarsi che rimbombano di spettralità e pathos, omaggiando John Cale (non a caso) e conferendo all’album un ulteriore substrato di misticismo.
Uno degli esordi discografici più interessanti dell’anno appena iniziato.
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