Recensioni

I losangelini Andrew e Daniel Aged, già session man per una pletora di artisti piazzatissimi e di lusso come 50 Cent, Elton John addirittura,Beck nientemeno e tutta una cricca al centro della scena mainstream r’n’b tipo Pharrell, Raphael Saadiq, Cee-Lo, Heavy D e Robin Thicke, un 7″ white label in 500 copie nel 2010 (ancora a nome Teen Inc.), il singolo Swear su 4AD e il conseguente EP 3 con dentro la hit dai sapori tardi 80s Millionaires l’anno successivo, arrivano adesso al debutto lungo sempre su 4AD, presentato dal singolo-manifesto The Place.
Ed è qualcosa come l’anello mancante tra gli XX di Jamie – ma forse soprattutto di Romy Madley Croft e Oliver Sim – e le tendenze variamente nu-soul che negli ultimi anni hanno dominato culminando con l’exploit – e la riappropriazione della faccenda sul versante black e massimalista, tra tanti bianchi e tanto minimalismo – di Frank Ocean. O meglio, la sovrapposizione/sublimazione delle due cose.
Da una parte il look, le atmosfere arty vagamente dark/wavy, la produzione minimal giocata su piccoli tocchi e arpeggi superbasici (Black Wings, profumata anni 90 dalla testa ai piedi), dall’altra languidi sussurrati vocal di ascendenza funkysoul e una battuta 4/4 tutto fuorché dubstep-like (ma che pure metabolizza i cascami cantautorali – leggi James Blake – post-dubstep, nel gioco dei vuoti e nella scelta di una palette organica, legnosa e in silhouette, niente plastica insomma; in odore UK bassy solo certi passaggi di Desert Rose War Prayer e il charleston trappy di Careful).
L’expertise è fuori discussione, anche perché i pezzi citati (o una 5 Days) sono perfetti a un passo dall’irritante (vedere anche il furbo quasi-autorifacimento di Lifetime), ma il tutto ha troppo il sapore di uno scientifico tirare le somme giocato di ruffianeria e in risparmio. Quando i due fratelli mettono il pilota automatico e si va di cliché e microcosmesi produttiva a scapito della scrittura, della canzone, la trasparenza/volatilità che incombe per la costante sensazione di dejavù trasforma i materiali in pur fichissima tappezzeria da negozi sotto saldi, cosa evidente da metà scaletta in avanti (dall’intermezzo riempitivo Your Tears, che fa il paio con la chiusa strumentale jazzy Nariah’s Song). I pezzi cominciano a somigliare sempre troppo a qualcos’altro e a somigliarsi troppo gli uni con gli altri (effetto-suite che in modo diverso abbiamo visto anche su Coexist).
C’entra e non c’entra, ma in quanto a personalità uno come The Weeknd questi qua se li mangia a colazione.
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