Recensioni

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Interrogarsi sul peso specifico di un ricordo. Immaginarlo, riviverlo e poi ancora reinventarlo setacciando scatti fotografici, rubando frammenti di spazio e di tempo fino ad afferrarlo, finalmente. È musica per occhi asciutti quella di In Between (progetto solista del sound editor Luca Maria Baldini), che distrugge argini e sa congiungersi al fluire incessante dell’universo. Nel pulsare di melodie elementari, Baldini squarcia la melanconia della formula ambient/post-rock – condita di synth e tappeti sonori ricorrenti – inserendosi con field recording e registrazioni analogiche pescate da vecchi filmini di famiglia (quante voci familiari si rincorrono), finanche quelle della propria ecografia.

Disegna un cerchio immaginifico dove realtà e finzione si mescolano. Al suo interno pulsa una storia fatta di sangue e viscere, pur lasciando ampi spazi ad una dimensione più eterea e sconfinante in ciò che non è più distinguibile: dove inizia la cognizione del passato e l’attesa del futuro, è proprio lì che si colloca la musica di In Between. E lo fa disegnando suoni e stimolando il dialogo tra tutte le parti del mosaico: chitarre, violini (sognanti, in Love and Don’t Forget), percussioni e poi ancora quelle voci familiari e sinistre che non sai mai da dove arrivino e dove siano dirette. Semplicemente sono di passaggio, come le atmosfere liquide – che ricordano i Múm e quel rapporto intrinseco con la propria terra dei Sigur Rós – che incarnano la quintessenza di questo piccolo esperimento capace di custodire più anime sonore: bocconi di easy listening ed analgesici elettronici che fanno da cornice alla materia impalpabile posta al centro del disco.

Dei sussurri, delle scariche elettriche, dell’incedere voluttuoso, resta solo una massa informe di suono, destrutturata, disossata e ridotta a semplice e carnale emozione: come dire, «impossibile fuggire sé stessi». È proprio vero, certa musica non la puoi raccontare.

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