Recensioni
Sai mai che sia un'occasione per Il Teatro degli Orrori l'uscita dal gruppo di Giulio Favero. Dopo l'eccellenza di scrittura raggiunta con A sangue freddo, e dopo che già l'esordio Dell'Impero delle Tenebre aveva definito al meglio un suono di matrice Jesus Lizard–Scratch Acid ma furente e teatralizzato alla Carmelo Bene, l'ingresso di Tommaso Mantelli e soprattutto di Nicola Manzan alias Bologna Violenta potrebbero aprire nuove prospettive, schivando un didascalismo altrimenti in agguato ora che lo zenith compositivo è stato raggiunto.
Questa l'impressione della data in un Bloom stipatissimo, una delle prime esibizioni dopo il cambio di line-up, dunque a tratti in balia di un rodaggio necessario ma non privo di segnali incoraggianti. Mantelli al basso e Manzan tra elettrica, violino e tastiere a moltiplicare i colori di una tavolozza dalle cromature telluriche e a fare da spalla ad un Pierpaolo Capovilla febbrile: brani come Io ti aspetto e Direzioni diverse guadagnano grana lirica sulle corde del violino, il resto lo fa una compattezza di suono che sa essere al contempo nervosa e monolitica, esaltando ancora di più gli strali e i picchi emotivi del frontman, cantautore noise implacabile come il miglior Gaber ma pronto, nel segno di un Piero Ciampi impegnato, a scendere in piazza e a fare a pugni con la realtà in disfacimento.
Non stupisce quindi che una canzone come A sangue freddo sia diventata una specie di inno cantato da tutti, una Male di miele degli anni zero in scadenza che si lascia urlare da un pubblico d'età trasversale (e con essa La canzone di Tom). E non è così assurdo, seppur sia molto diverso oggi il contesto, assegnare al Teatro quel ruolo di gruppo rock italiano destinato ai numeri importanti e dalla caratura spendibile oltre i confini che è stato nei novanta degli Afterhours. Solo questione di tempo, e di vicende umane che incrociandosi lasciano presagire quanto di buono debba ancora arrivare.
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