Recensioni

Il sogno del marinaio è contenuto in una busta gialla. Gialla proprio come le incerate dei marinai. Gente avventurosa, mai doma, inquieta e poco incline a comode questioni domestiche. Gente che deve muoversi e solcare oceani per sentirsi a posto con se stessa. Nello stesso modo questo trio dal nome insolito solca mari noti ma con uno spirito coraggioso e indomito. Dopotutto i “marinai” in questione sono personaggi conosciuti per la continua ricerca sonora che li ha spinti a mischiare e smontare canoni, a infrangere codici, a zigzagare per generi e stili.
I nomi, innanzitutto: Stefano Pilia, forse il miglior chitarrista (non solo) avant presente sul mercato; Andrea Belfi, batterista duttile e curioso oltre che metronomico ed energico; e infine, lui, mr. Mike Watt, uomo prima che musicista per cui non servono aggettivi, a meno che si siano sbagliate pagine. La storia, poi, di una semplicità disarmante e old school. I tre si incontrano, prima Pilia e Watt a dirla tutta, si piacciono, suonano insieme per una manciata di date in Italia et voilà: i vuoti del tour finiscono in studio e si riempiono miracolosamente di una musica che è comunione tra animi affini, spericolati e sapienti nel rigirare dal di dentro 30 anni e passa di storia del rock. Math, prog, noise, western, funk, rock, avant, libertà, gusto, indipendenza, fierezza e via cantando per un lavoro che, nel suo fondere e piegare ai propri voleri la “musica”, non ha tempo né luogo.
L’asse lungo il quale si muovono gli 8 pezzi de La Busta Gialla è pertanto ondivago e con tante stelle polari cui affidarsi: ossature canterburyane alla Wyatt rotte e ricomposte più volte sotto forme diverse, piene di inserti che sono curve a gomito e sterzate mica da ridere (Zoom), post-rock tortoisiano suonato alla maniera dell’avant-rock, se non fosse disturbato dagli electronics di Rocchetti e dal synth di Carozzi (Messed-Up Machine), funk-jazz infuocato suonato con animo punk e spirito dissacratorio (Punkinhed Ahoy!), avant-blues diluito e sognante (Il Guardiano Del Faro, ospite la voce recitante di Manuele Giannini degli Starfuckers), tropicalismo impazzito tra svisate post-rock, umori da funamboli e colori impazziti (Funanori Jig) e tanto altro ancora.
Nulla di innovativo, ma una perfetta macchina rock, rodata da concezioni affini e oliata da passione e sapienza.
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