Recensioni

Sembra davvero ieri, o poco più, che usciva l’omonimo disco – il primo – de Il Quadro di Troisi. Era il 2020, alle porte del secondo massiccio lockdown, e dopo un’estate di apparente distensione il lavoro del duo romano formato da Donato Dozzy e Eva Geist (Donato Scaramuzzi e Andrea Noce) portava anch’esso una boccata d’aria buona, elegante e raffinata e con un gusto per il pop elettronico di scuola italiana, affermandosi come uno dei progetti nostrani più validi nel riannodare i fili con la tradizione ma senza diventare nostalgico.
Invece, ed è il paradosso incomprensibile della percezione del tempo, quasi quattro anni sono passati e in un vortice di paranoie e preoccupanti discese verso uno dei periodi più tesi della storia mondiale recente, ci siamo ritrovati ad avere nuovamente tra le mani un nuovo lavoro del Quadro. E diciamo tra le mani non a caso, perché La Commedia è un disco corale che ha anche nella sua veste fisica un pezzo non secondario della propria arte: la grafica è infatti curata da Francesco Messina, musicista e grafico, autore – oltre che di copertine iconiche come quella de La voce del padrone – anche de “Prati bagnati del monte analogo”, piccolo culto dell’ambient.
Innanzitutto, come accennavamo in sede di presentazione, il duo è – ufficialmente? – diventato un trio, con l’inserimento in pianta stabile di Pietro Micioni (non ha bisogno di presentazioni, ma in ogni caso: lui, vedere alla sezione “credits”), già presente quattro anni fa sia come musicista che alla co-produzione e agli arrangiamenti. Pubblicato ancora una volta dalla Raster (e da 42records sul mercato italiano) e composto parzialmente a distanza con Geist in “trasferta” berlinese, l’album è un’espansione, anzi un riflesso prismatico, dell’esordio: sin dall’attacco de Il Profeta entriamo immediatamente in quell’universo sonoro di texture sintetiche e pulsazioni vivissime che Il Quadro ha saputo delineare fin da principio con, se vogliamo, poche pennellate magistralmente meditate.
In effetti questo è il pezzo perfetto per fare da raccordo con l’eponimo primo disco, e anche temporalmente è quello più vicino. Da esso, questa Commedia in dieci atti si articola seguendo i binari già delineati, cercando però percorsi alternativi. È un suono che si arricchisce di qualche ulteriore sfumatura orchestrale del Battiato melodico coadiuvato da Camisasca (La prima volta), ma in definitiva è già classico, solido e inconfondibile. Merito delle architetture ritmiche di Dozzy e Micioni, certo, ma è senz’altro la vena testuale a guidare l’ascolto in territori nuovi rispetto al passato.
La voce a tratti oracolare di Eva Geist che ci guida tracciando paralleli tra l’immenso e l’umano (I buchi neri), animata da una scrittura metaforica e allegorica (sottolineiamo anche il secondo estratto, La terra, con le parole oniriche di Stefano di Trapani) e da doti canore che non solo emergono decisamente di più rispetto all’esordio (prendiamo ad esempio una Lo smeraldo sottozero che si regge e vive dei suoi saliscendi melodici), ma anche a livello di produzione risaltano maggiormente: segno e riflesso, questo, di una direzione maggiormente autoriale del progetto.
In un’evidente sorgente alimentata dal suono teutonico dei Kraftwerk, dalle sue filiazioni italo-disco e da quelle che contaminarono il pop nostrano, quel che si delinea in questo secondo album sono soprattutto e ancora una volta la capacità di Dozzy nel plasmare la propria competenza sonora e compositiva (memorabile, per sottolineare la sua capacità nel governare le macchine, la sua esibizione a Inner Spaces dello scorso autunno), il gusto per gli arrangiamenti e la qualità produttiva di Micioni, oltre a quanto già detto di Noce.
Musica che si muove quasi eterea, in uno spazio-tempo che confonde qui, ora, lì e allora, ma che in questa – che è poi la materia inafferrabile della coscienza – vive e respira.
Amazon
