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6.8

Ma che si sono messi in testa gli artisti della Riviera, di giocare a guardie e ladri come nei film di Peckinpah? Un drappello generazionale dedito al revival che sa forse dove andare, ma non sa come farvi ritorno. Fabrizio Testa e il suo Il lungo addio va da anni dicendo di sé in vuoti stabilimenti balneari con aplomb languido dietro vetrate opaline (Bagno Franco); trasfigura memorabilia sotto catadiottri impersonali che parlano a polaroid. Pinarella blues è da poco edito per Wallace records ed è l’ultimo riparo per fermare un tempo, isolarlo nei ricami da souvenir e renderlo più che vivo, vegeto. In questo il cantautore fa fiasco, ma io dico a bella posta. Il suo non è propriamente un giocar a guardie e ladri quanto un “melodizzare” quella tensione che convoglia ad una liaison (Lido Adriano) tra più fili emozionali, dove sceriffo è il tempo e fuggiasco è l’arte. Dietro le sette tracce e i diciotto minuti c’è, si badi bene, l’innodia tardo romantica – quasi come nei western – che regge i temi baritonali o le frasi concluse non tanto sulle dominanti, quanto sulle ampiezze scure. A ogni modo frasi sospese nel nero provinciale. Testa poi ci gira intorno con filtro wave tutto peninsulare (Arcipelago Zadina) e qui Il lungo addio ripassa l’allegoria romagnola calando quel revival in un altro revival.

Ottavo episodio da minisaga, Pinarella blues è il primo vero CD del progetto, dopo vari cd-r e 7” sparsi in quattro anni di vita; la copertina è tutto un non dire fra il basso di Monsieur e la batteria di Lou Gravita – altrettanti illustri sconosciuti – calando Ravenna e Cesenatico nei momenti sbagliati per un immaginario collettivo. Ecco perciò l’altro e ultimo filone tematico: il voler essere necessariamente fuori tempo massimo.

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