Recensioni

Dopo le esperienze con Albanopower e Matildamay, Andrea Romano arriva alla prova solista con Il fratello, disco d’esordio che deve il nome all’omonimo collettivo da lui fondato.
Nonostante la dicitura di collettivo – applicata in funzione di un progetto che vede la partecipazione di molti amici e colleghi, tra cui il compagno di band Lorenzo Urciullo/Colapesce – la formula che il musicista siracusano propone è quella di un cantautorato tradizionale e ampiamente collaudato, che affonda le radici nella lezione impartita da Battisti ormai quasi cinquant’anni fa e declinata negli anni Zero dai vari Dente, Brunori, Le luci della centrale elettrica. Insomma, un percorso già largamente esplorato da cui l’autore siciliano riesce tuttavia a staccarsi per arrivare a un approccio maggiormente bluesy, più a livello di songwriting che non di sonorità.
Se l’opening track Il rumore che fa la luna si inserisce appieno nel filone più convenzionale, le successive Vai via e Cos’ha che il mio mondo non ha – con la rispettiva partecipazione di Cesare Basile e di Colapesce – seguono il paradigma di una canzone d’autore meditativa e umbratile, debitrice tanto al lirismo scarno ed essenziale del primo, quanto alla volontà di fotografare la quotidianità del secondo attraverso brevi istantanee acustiche (Il giudizio universale, È vero che è per te) ed episodi di raffinato pop-rock (Per chi ne avrà, Tra i lacrimogeni).
A unire il tutto c’è una scrittura che procede sicura tra le inquietudini del cantautorato classico – Piero Ciampi e Luigi Tenco in primis – e un mood malinconico/intimista capace anche di atmosfere sghembe à la Tom Waits, come nella conclusiva Far Away.
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