Recensioni

Pienone a teatro per l’unica data italiana del quartetto irlandese Lankum dopo i fasti della prima esibizione al Beaches Brew dell’anno scorso e il successivo tour annullato; a quanto pare nel mentre il passaparola e le lusinghiere critiche ricevute da False Lankum (mio disco dell’anno del 2023) hanno funzionato a dovere.

Ian Lynch, Darragh Lynch, Cormac Mac Diarmada e Radie Peat succhiano il corpo del folk fino a mostrarne le luminose ossa, estraendo nuova luce e altra oscurità da nenie antiche. C’è un che di ribelle ed elegiaco al tempo stesso nella loro musica, di epico e di eretico, una qualità narrativa non comune che fa risuonare dentro queste storie remote e familiari. Qualcosa della solennità estatica del raga indiano mescolato con i rimasugli folk del primo degli Akron Family, tradizioni ancestrali osservate alla moviola e che mutano in drone, planando talvolta non lontano dalla potenza ieratica degli Swans.

Rispetto alla data in spiaggia dell’estate 2023 si presentano con l’aggiunta di una percussionista, ma la ricetta resta la stessa, come la capacità di toccare corde intime e porre domande. Le luci rosse a intermittenza che aprono il live assieme ai colpi di percussioni fanno pensare alle bombe su Gaza. “Resta sempre una brutta idea unire le forze con chi ammazza donne, bambini, persone, è una cosa che sapevano persino i contadini del secolo scorso”.

Lankum
Lankum al Teatro delle Celebrazioni, foto di Andrea Amadasi (2024)

La scaletta pesca a piene mani da False Lankum, l’album che li ha imposti all’attenzione internazionale: New York Trader ad esempio, uno dei tanti traditional del disco, mostra in purezza la formula che ha fatto la fortuna della band: una linea vocale che pesca a piene mani nel serbatoio della canzone popolare e dell’irish folk, mentre gli altri strumenti (cornamusa, concertina, flauto, violino, chitarra acustica, harmonium, un basso a pedali, qualche sparuto accenno di elettronica, tamburi e grancassa) tessono austere linee drone-folk che sanno muoversi con grande equilibrio tra melodie nitide e stasi perfette.

Qualche temerario azzarda un battimani ma la potenza drammatica della musica fortunatamente spegne queste velleità in pochi secondi. Non siamo a un concerto dei Modena City Ramblers e qui il confronto con i canti e le parole dell’isola britannica che ha dato i natali a James Joyce non funge da pretesto per cartoline retoriche ma diventa il punto di partenza di profonde circonvoluzioni, articolate e senza un filo di adipe, attorno al cuore di storie antiche, canzoni senza tempo che vengono dilatate con lunghe e mai gratuite digressioni strumentali. Tutta la band si alterna al canto, a volte sembra di ascoltare dei madrigali dolenti; nell’iniziale The Wild Rover, che apre anche il loro disco Live In Dublin di quest’anno, la voce protagonista è quella di Radie Peat, che sfoggia un ottimo italiano e confessa l’emozione per il ritorno a Bologna dove ha vissuto da studentessa. Rocky Road To Dublin sfoggia limpide armonizzazioni a quattro voci su un ritmo di sei ottavi, poi si apre in un drone scuro, immersivo e astratto: si alza la nebbia e fa improvvisamente galaverna, un mood vaghissimo e minaccioso convoca visioni, fantasmi.

Lankum
Lankum al Teatro delle Celebrazioni, foto di Andrea Amadasi (2024)

Da lì una magra melodia di flauto apre il tema di The Pride Of Petravore, che si chiude con una citazione di We Work The Black Seam Together, da The Dream Of The Blue Turtles, il primo lavoro solista di Sting. Il concerto si deve interrompere in anticipo, dopo circa un’ora, a causa delle avverse condizioni meteo: a quanto pare i sotterranei del teatro sono a rischio allagamento e i vigili del fuoco sono in fibrillazione. C’è tempo ancora per Go Dig My Grave, la traccia che apre False Lankum, riproposta in una versione ancora più lirica e potente, con qualche pennellata di elettronica ed espansa fino a oltre dieci minuti, finendo dalle parti dei Godspeed You! Black Emperor, ai quali li accomuna il supporto per la causa palestinese.

La chiusura è per la festa irish di Bear Creek, un inno di lotta, gioia e speranza benedetto da una melodia cristallina. Fuori ha smesso di piovere, alcune strade di Bologna sono allagate. Viviamo tempi sempre più strani e difficili, sembrano giorni da titoli di coda. La musica di questi dublinesi dal cuore grande è un bene rifugio, materia prima essenziali in questi tempi sempre più disillusi e cinici. Un plauso al Barezzi Festival e all’agenzia di booking Wakeupandream per averli riportati da queste parti. Io ancora prima che si spenga l’ultima nota sto pensando che non sono mai stato a Dublino: è proprio l’ora che vada.

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