Recensioni

Per la serie, dischi più brevi delle rispettive recensioni, oggi tocca a Il Cloro, duo di stanza nel sempre più frizzante ravennate e autore di un post-punk/no-wave old school rigorosamente lo-fi e tutto frizzi e lazzi, in cui, come giustamente riporta la press, si alternano sax, batteria, chitarre, elettronica di bassa lega e molto altro ancora «mai tutti insieme per più di 20 secondi alla volta».
Si sarà compreso l’ambito di riferimento: tutto ciò che dalla Skin Graft dei tempi d’oro arriva fino alla nostrana – poco “no” e molto “strana” – Lepers Produtcions, congrega che è spesso, se non sempre, garanzia di follia e originalità. Fatta salva la “suite” iniziale Oh So Acrobatic! Human Pyramid da ben 3 minuti e 46 secondi, a cui in realtà fa da contraltare la chiosa di Cowcaso (tre minuti e mezzo di distese free-jazz-no-core ipnotiche che s’inerpicano e si riabbassano come flutti marini), Fabrizio Baldoni (chitarre, sample) ed Enzo Ginexi (batteria, sax) – entrambi ex Bon Ton, col primo già con Winter Beach Disco – vanno di schizofrenia compositiva e destrutturazione (non solo) ritmica. Nei venti minuti totali dell’album inanellano una serie di sgorbi sonori incattiviti (Aramara, spleen esistenzial-digestivo meets free-noise a ruota libera), abbrutiti (la title track e Ruper The Ice Cream Man sembrano gli Harry Pussy ancor più incoscienti), contorti più che semplicemente distorti (Montevideo), a volte anche spasticamente dance&groovey (UFOUFO, con tanto di video esplicativo), che si risolvono spesso in una manciata di secondi senza superare i due minuti e fregandosene altamente di forma canzone, strutture e cantato. Dopotutto, era ed è questo lo spirito dello sberleffo no-wave no? Ecco, diciamo che Il Cloro mantiene in vita più che degnamente tutte quelle rotte trasversali e asimmetriche che dalla New York più arty di fine Settanta si sono propagate come frattali nei vari sottoboschi musicali mondiali.
Amazon
