Recensioni

Testi antagonisti e rabbiosi su un noise-hardcore vicino soprattutto agli At The Drive In, teso e in qualche maniera parente dell’immaginario suggerito da dischi come Dell’impero delle tenebre. È un fatto innegabile che un certo tipo di suono/modus espressivo, rimodellato in italiano da Il teatro degli Orrori, abbia aperto scenari, un po’ come successe ai tempi di Hai paura del buio? con gli Afterhours. Tra i papabili sviluppatori della “formula Capovilla”, oltre ai qui presenti Il buio, vengono in mente gli ultimi The Death Of Anna Karina o i Fine Before You Came, tutti con una propria personalità e tutti a ridefinire i confini di un sentire, comunque, ormai istituzionalizzato.
Nel caso di Alberto Zordan, Andrea Grigolato, Francesco Cattelan, Mattia Bardin e Nicola Cioffi (appunto, Il buio) il concept è “l’oceano quieto”, ovvero «un panorama apparentemente piatto da scrutare, un puzzle da comporre, un processo di pensieri da ricostruire»: fuor di metafora, la realtà e il modo in cui la si legge. Una buona scusa per unire al noise-hardcore Nineties di cui si diceva (caratterizzato da una forte impronta punk) testi che veicolano un malessere diffuso, in accordo con le chitarre taglienti e i feedback debordanti.
L’esperimento ha della sostanza, ma fa nascere anche qualche punto interrogativo: se l’impianto musicale sta in piedi con dignità e convinzione (il mastering è di Carl Saff, già al lavoro con Dinosaur Jr, Guided By Voices e molti altri), i testi perdono un po’ di lucidità sulla lunga distanza, scemando in una vena critica media in cui nulla spicca davvero. Ennesima dimostrazione che quel che Capovilla faceva nel disco citato in apertura era ben più che allegare parole alla musica: semmai la costruzione di uno stile espressivo capace di dare la giusta profondità ai significati e per nulla semplice da riposizionare.
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