Recensioni

Il Covo Club di Bologna, oltre a essere il locale più bello d’Europa (parola mia eh, poi fate vobis), è una sorta di incubatrice di futuri talenti e nomi del tipo “adesso son famosi ma hey, io li vidi cinque-sei anni fa al Covo quando non erano un cazzo di nessuno”. Diciamo che la narrazione sulle doti propedeutiche e sulle proprietà divinatorie del Covo Club non finisce qui, ecco, ma tutto questo preambolo l’ho piazzato in testa giusto per convincermi (e convincervi, del resto) che gli Idles saranno una di quelle band di cui parleremo molto in futuro – più di quanto non si faccia adesso.

Il quintetto da Bristol è reduce infatti da un esordio scoppiettante su Balley Records (Brutalism, 2017), e fa tappa nel bel paese per la prima e unica, ad oggi, data italiana. La band si esibisce come headliner nell’ambito di Inverno Fest, una due giorni di musica tendente al punk/garage (consueto territorio in cui i ragazzacci del Covo bazzicano da tempo immemore) giunta alla sua terza edizione; gli Idles si presentano in quel di Bologna con le stimmate di must see, con cronache d’Oltralpe che narrano di concerti infuocatissimi, pit sudatissimi, stage diving pericolosissimi e così via – la tipica epopea del gruppo punk in campagna elettorale, per così dire. I cinque burberi musicanti paiono usciti dal porto più muschioso e viscido dell’isolone albionico, e sono qui per portare al voto un locale gremitissimo e pronto ad accendere un altro cero all’altare del Sacro Punk: non c’è band (almeno in Europa) che incarni al meglio la brutale (appunto) furia belluina che raramente permea un’ormai sonnecchiante scena, che puzza di chiuso e si strascica dietro da anni scarse copie dei Bad Religion e altre cianfrusaglie da teenager che bivaccano nel saturissimo mercato nero delle etichette indipendenti.

Loro arrivano a portar un po’ d’aria fresca, preceduti da tre act nostrani a far da antipasto e contorno al frugale pasto, al grandguignolesco rito degli inglesi. Dapprincipio, si esibisce un trio da Parma, i Lourdes Rebels, che così ad occhio e croce parrebbero dei Suicide motorizzati, con molto più acido e grasso ad ungere le rigide e schematiche sezioni ritmiche della drum machine, e un sax a cospargere di una malsana patina il tutto: bell’impatto, mi prometto di rivederli. Segue poi il set velocissimo e cazzuto dei Dots, quartetto di non-so-dove (anche se il luogo di provenienza era urlato dal cantante almeno una volta tra un pezzo e l’altro, e adesso mi sfugge) che si produce in un punk-funk alla Bad Brains parecchio tangente all’hc, piuttosto canonico ma ben suonato, il tutto sicuramente impreziosito dall’impattante presenza scenica del corpulento (e triviale, crumbiano oserei dire) frontman. Chapeau. L’ultimo passo prima della distruzione totale si chiama Bee Bee Sea, un trio di Brescia di matrice garage di cui si tessono le lodi ormai da mesi, almeno dall’uscita del loro primo LP Sonic Boomerang lo scorso novembre: premetto che non ho nulla contro a questo tipo di sound (mi sono letteralmente ammazzato di Thee Oh Sees, White Fence e robe varie almeno fino a qualche tempo fa), ma credo che questi ragazzi, seppur evidentemente talentuosi, esprimano poco da un punto di vista non tanto performativo (il pubblico c’era e si sentiva eccome), ma proprio di linguaggio, di codex, di spirito – la teoria del già sentito mille volte è vecchia quanto la frittata, ok, ma avete altre armi da offrirmi con cui attaccare?

Giungiamo, quindi, alla fredda cronaca del set degli Idles: Delirio Totale. Troppo semplice? ok: i Nostri suonano praticamente tutto il loro repertorio (finora non un papiro, ma ci arriveranno), scaricando addosso ad una sala stracolma quella ventata elettrica al sapore di Jameson che uno in genere si aspetta da un gruppo del genere, interagendo con il pubblico in un italiano tutt’altro che sghembo, e producendosi peraltro in una pregevole versione a cappella di All I want for Christmas is You, giusto con quel paio di mesetti di ritardo. Apprezziamo comunque lo sforzo. C’è tutta la strafottenza, il sudore, l’arroganza e la “garra”, come dicono gli argentini, che un gruppo punk dovrebbe avere, e non posso dire altro se non che in un’epoca in cui tutto si mescola (e ben venga) e tutto si confonde (e qui ci si fa del male), e “punk” è ormai divenuto un suffisso da appendere come un’etichetta addosso a tutto ciò che di vagamente sovversivo ci passa sotto il naso (cioè, per dire, un bischero scrisse che i Pop X erano i punk del Duemila, bella cazzata), un gruppo come gli Idles serve come l’aria fresca del meriggio quando sei in hangover dopo esserti ammazzato la sera prima a Biancosarti e morra cinese. Dal Covo Club per adesso è tutto, linea allo studio.

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