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A sei anni dall’ultimo disco in studio (se escludiamo il lavoro di sonorizzazione per Rapsodia satanica), e dopo due anni di piena lavorazione del materiale, con tutta la solita attenzione maniacale che ne consegue, i Giardini di Mirò tornano a calcare un palcoscenico per dare il via al tour di supporto al loro ottimo Different Times. La band emiliana parte dal Santeria Social Club di Milano dove, nella notte del 18 gennaio, abbiamo assistito per la prima volta in assoluto alla messa in pratica e alla rielaborazione dal vivo di quei tempi veramente diversi che contraddistinguono il lungo percorso sonoro udibile nel settimo album della band (il primo a uscire per 42Records). E sulle note della lunghissima title-track viene inaugurato un live densissimo di significato – è un ritorno sulle scene sì, ma anche l’occasione per riprendere contatto con un’identità da tempo diventata più labile, e qui riconfermata solida come agli esordi – stratificato, sofferto – si nota come tutti gli elementi dell’ensemble e la loro disposizione sul palco siano stati studiati con una cura impeccabile – a tratti cupo, a tratti gioioso – per la risposta sensazionale del pubblico presente numeroso (data praticamente sold out) – e in definitiva liberatorio.

La batteria di Lorenzo Cattalani e il basso di Mirko Venturelli a dettare fin dalle prime battute il tempo di un discorso sonoro mai veramente finito, ma solo ripreso in occasione di questo nuovo e promettente tour (che arriverà anche oltre i confini nazionali, ed è una gran bella notizia), pronti a cedere il giusto spazio alle qualità istironiche di Emanuele Reverberi, che danza amabilmente tra la tromba e la vibrazione assecondata del violino, mentre Luca Di Mira stende un tappeto di tastiere che da solo varrebbe il prezzo del biglietto. Alle spalle del gruppo, campeggia fieramente – illuminata a intemittenza – la scritta Different Times, come se a cambiare in fin dei conti fossero state le persone – sia quelle sul palco che quelle sotto, ma parliamo di una mera questione anagrafica – e non i suoni, le sensazioni, gli sguardi attoniti di chi ha assistito a tanta maestria nel condurre oltre un’ora di show senza mai cedere alla stanchezza o all’emozione della prima volta, palpabile certo, ma la tecnica non è mai in discussione.

Avvolti in un continuo profluvio di luci e scenografie che rimanda alla scena industriale, il primo live dopo anni ritrova i Giardini di Mirò intenti a riflettere sul tempo che passa, sui loro primi vent’anni di carriera, sul senso di essere musicisti ancor prima che cantori di uno stile di vita, il post-rock, come vocazione, la condivisione del sentimento come unica via salvifica, come suggerisce la malinconica Don’t Lie (la cui forza rimane tale anche con l’assenza di Adele Nigro alla voce), mentre Pity the Nation è utile per impostare il mood della serata dopo l’ubriacatura iniziale e la presa di coscienza (fondamentale Reverberi). Non mancano le rielaborazioni provenienti dal passato: risultano perfetti, in questo senso, gli inserimenti in scaletta di classici del repertorio come Good Luck, Broken By, la cupissima Pearl Harbor, una amatissima Città di vetro (accolta dagli applausi) che ci riporta dritti ai tempi dell’esordio o la delicata Rome, mentre la conclusione – sentitissima e ricca di rimandi – è affidata alla sibilinna A New Start, datata 2001 ma metafora perfetta della serata e dell’avventura in continuo divenire di una delle band italiane più riconoscibili e ricche, musicalmente parlando. I Giardini di Mirò, alla vigilia di questo esordio, si domandavano chi fossero e se la loro identità fosse ancora perfettamente rintracciabile nella loro musica, chiedendo consiglio al pubblico. La risposta è un convinto, spontaneo e sincero. Come loro sul palco.

P.S.: In apertura c’era Robin Proper-Sheppard aka Sophia, che dopo un emozionante set da 45 minuti abbondanti, capace di trascinare un pubblico già rapito, è tornato sul palco per intonare Hold On insieme ai Giardini di Mirò (come già accade nella versione in studio del disco).

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