Recensioni

6.5

Per il terzo disco le gemelle franco-afro-cubane Diaz guardano al Libro dei Morti, dove trovano un frammento dallo stesso titolo, Spell 31, che sembra loro perfetto per inquadrare il percorso tra ritualità pubblica e guarigione/percorso interiore che è sempre stato presente nella loro produzione fin dagli esordi del loro disco eponimo e che si è rafforzata nel seguente Ash. Nel frattempo, in questi cinque anni che separano il nuovo disco dal precedente, alcune delle istanze che loro hanno sentito direttamente sulla propria pelle, come il razzismo e la ricerca di radici per gli afrodiscendenti, sono diventate ancora più centrali, segno di una scrittura e di una sensibilità che allora aveva saputo per certi versi anticipare e presagire.

Qui la formula non cambia quasi per nulla. Siamo sempre dalla parti di un soul/r’n’b infarcito di sapori latinoamericani – ma meno che in passato – e il loro classico intreccio vocale. Ci sono alcune ospitate, come quella di BERWYN, che porta il suo flow nella mistura e torna a parlare di George Floyd, mentre l’invito angelicato delle voci femminili è quello di solleversi (Rise Above). Non è l’unico featuring: c’è da segnalare quello di Pa Salieu nel singolo che ha anticipato il disco (Made of Gold), che si assesta sul versante più urban mai affrontato finora dalle gemelle. E forse potrebbe essere una evoluzione interessante della loro proposta musicale, finora invece decisamente più attenta a titillare palati più raffinati. L’ultimo featuring, che si inserisce nel sopracitato filone, è quello di Jorja Smith, per un brano (Lavander & Roses) che è perfettamente mimetico con tanta musica pop soul/r’n’b/urban che va oggi per la maggiore.

Il problema del disco è che nella concisione, tolte le tre collaborazioni e due riempitivi (o Inle, che fa solamente da intro a Made of Gold) e un pastiche di spoken word/found recording (Foreign Country), oltre a una coda (Los Muertos) che sembra più una IG Story che un vero e proprio brano, che cosa rimane? Pochino. Sister 2 Sister, un brano costruito sul rapporto tra ritmi e armonizzazioni vocali ma senza un vero e proprio sviluppo, così come Creature (Perfect). Tolti i featuring, il brano migliore è forse Tears Are Our Medicine, dove le due provano a rimescolare le carte con accenni di pianoforte e sfruttando bene le due voci su di uno sfondo volutamente straniante.

Dopo cinque anni di attesa era lecito aspettarsi di più. Soprattutto se a mancare è l’equilibrio tra alto e basso, tra Europa-Africa-Cuba che aveva reso mirabile le prime due uscite. Così sembrano un pop-act qualsiasi.

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