Ibeyi
Ibeyi, foto di Suleika Muller (2022)

Il rituale di Lisa-Kaindé e Naomi. Intervista alle Ibeyi

Nell’interessante volume Intorno alla musica Enrico Fubini ricorda come le figure di Orfeo e Dioniso rappresentino due aspetti dell’arte sonora. In particolare, la divinità greca personifica il suo aspetto “naturale”, ovvero il suo essere “sensuale, irrazionale” e demoniaca «in quanto spesso emergente dalle forze oscure e inafferrabili della natura umana». Basterebbe il solo video di Lavender and Red Roses per dare forma alla visione artistica dionisiaca: le Ibeyi e Jorja Smith vagano in uno scenario desertico atemporale prima di giungere in un pozzo, interagendo con la sua oscurità inquietante.

Ibeyi. Still da “Lavender and Red Roses” feat. Jorja Smith (2022)

Lisa-Kaindé e Naomi Diaz appartengono a pieno titolo alla categoria “figlie d’arte”: il padre, Anga Díaz, era un percussionista vincitore di un Grammy per i suoi lavori con Buena Vista Social Club e Irakere, la madre è la cantante franco-venezuelana Maya Dagnino. Le gemelle hanno cominciato sin da piccole a familiarizzare con il cajon, approcciando quindi il ritmo, e ben presto si sono ritrovate a studiare la musica popolare Yoruba. Un’elettronica etnica e spirituale è il nucleo del loro processo creativo che le ha direzionate verso l’esordio omonimo del 2015 e il successivo Ash del 2017, due album che esplorano i temi della morte, del razzismo e del ruolo della donna nella nostra società.

Spell 31 è il loro nuovo album, un rituale collettivo che è brillantemente introdotto dal saggio dell’attivista canadese Janaya Future Khan. Quest’ultima descrive i primi due lavori delle gemelle come «portali» dalle frequenze «gospel gotiche» e considera il terzo disco delle Ibeyi un «antidoto all’apatia di un mondo diviso», una «profezia che è una chiamata alle armi».

Ibeyi, foto di Suleika Muller (2022)

Durante la nostra chiacchierata via Zoom, Lisa-Kaindé e Naomi mi spiegano che la principale fonte d’ispirazione del disco è stata Il libro dei morti degli antichi egiziani, in cui, infatti, è presente la Formula 31, contenuta nella parte in cui il defunto torna a nuova vita, rinascendo con il sorgere del nuovo sole. Morti e ressurrezioni, quindi: una dimensione più esoterica che religiosa, più oscura che illuminante. Lisa-Kaindé prende la parola e comincia dicendomi che «luce e ombra sono due facce della stessa medaglia», centrando subito i temi principali di Spell 31: «È un disco che, dopo questi anni difficili, parla di guarigione e Made of Gold è la quintessenza di questo concetto. È stata la prima canzone, l’abbiamo scritta nel primo giorno in studio e sapevamo sin dall’inizio che sarebbe stata importante per il prosieguo della scrittura». Il brano, in collaborazione con Pa Salieu, parla infatti di bruciare gli altari e rimaneggiare le Sacre scritture, di poter raggiungere la libertà perché è già in corso una guarigione.

Le Ibeyi avevano in mente di fare qualcosa di «semplice e d’impatto» che potesse ribadire la loro essenza femminile e il loro background culturale. A far scattare la scintilla, mi raccontano, è stato il quadro L’abbraccio dell’universo di Frida Kahlo: «Abbiamo pensato che fosse un modo meraviglioso di tornare al mondo della musica dopo diversi anni di silenzio». Naomi ha sovrapposto il quadro di Kahlo alla figura di Chaac, il dio della pioggia dei Maya, e queste suggestioni hanno subito ispirato il regista Daniel Sannwald nella resa visiva di Made Of Gold, che rappresenta la perfetta introduzione a Spell 31.

Il terzo disco delle Ibeyi è, quindi, fortemente visuale: sia nella costruzione sonora, sia nei testi onirici ma allo stesso tempo ricchi di immagini vivide. Prende la parola Naomi: «Sin dagli inizi abbiamo voluto che le persone si concentrassero sulla nostra musica più che parlarne, credo che l’impatto visuale sia principalmente legato al suono. Per me, quello di Spell 31 è il migliore mai concepito da noi, infatti abbiamo lavorato in maniera totalmente diversa dal passato». Le gemelle mi spiegano che questa volta sono partite dai beat e che tutto il resto del brano è stato adattato al ritmo, Lisa-Kaindé precisa, rivolgendosi a Naomi, che «è tutto un equilibrio tra me e te, tra i nostri diversi modi di intendere cosa sia la potenza di un suono».

Le influenze del disco non hanno un corrispettivo strettamente musicale. Il brano d’apertura Sangoma, per esempio, non è altro che un ringraziamento alla docente di un corso dal titolo “Rhythm, Race and Revolution” che Naomi ha frequentato. A pensarci bene, nelle succinte parole del brano – la cui prima strofa recita «Matter and spirit, our prophet, the open sea is calling me» – si celano proprio i tre argomenti sopracitati. Ovviamente, in Spell 31 non può mancare l’imprinting familiare, come in Los Muertos, che riprende il brano Rezos di papà Anga. Ma, per tornare all’aspetto visuale del disco, l’ispirazione è arrivata anche dalla pittura: oltre a Kahlo, sono state influenti le opere dell’artista afroamericana Betye Saar che, non a caso, nel 1989 spiegava: «Non posso più separare il lavoro dicendo che questo riguarda l’occulto, quest’altro riguarda lo sciamanesimo e questo invece ha a che fare con… eccetera. È un insieme di tutto ciò». In tutto questo calderone, non manca la moda e, nel particolare, il fashion designer ghanese Adrien Sauvage, col quale le Ibeyi hanno lavorato sui costumi dei loro ultimi video.

Ibeyi (2021). Photo: Gio Kardava

Il ritmo guida la spiritualità delle Ibeyi. Una connessione più volte studiata dall’antropologia, che si è concentrata sulla funzione dionisiaca del ritmo, a volte capace di raggiungere gli estremi come in alcune culture non così lontane da noi, per esempio gli esorcismi musicali del “tarantismo” della tradizione pugliese. Naomi e Lisa-Kaindé rimangono affascinate da quest’ultima suggestione e mi dicono che il ritmo ha innanzitutto significato per entrambe una connessione con il padre e tra loro stesse. Però, questa attenzione per il beat non è un’ossessione, ma un piacevole concedersi alla libertà di espressione che si veste d’eleganza vellutata proprio quando futuro e ancestrale s’incontrano, generando pulsazioni digitali provenienti da civiltà antiche.

Tutto questo ci porta all’identità delle Ibeyi che, ancora una volta, parte proprio dalla libertà del loro approccio creativo. Naomi taglia corto: «Possiamo fare qualsiasi cosa vogliamo, perché non siamo ingabbiate in un loop sonoro dal quale non sappiamo come uscire. Potremmo pubblicare un album hip hop, poi uno totalmente rock o di musica classica, funzionerebbe lo stesso». Interviene Lisa-Kaindé: «Abbiamo sempre lasciato che la musica si evolvesse con noi, per questo motivo penso che ogni nostro album sia esattamente ciò che volevamo fare. Non ci siamo mai fossilizzate nel tentativo di ripeterci o nel fare qualcosa di controllato». Il percorso delle gemelle è quindi una costante ricerca, non solo sonora ma di connessioni tra la cruda realtà del quotidiano e mondi apparentemente lontani, ma ben presenti nel nostro inconscio.

Sul finire di questa interessante chiacchierata, Lisa-Kaindé dice che «ogni volta è un miracolo», riferendosi a come le tante culture che convivono nelle Ibeyi rimangano vive e non siano mai sintetizzate in uno sterile tentativo di rifugiarsi nella tradizione. Anche per questo Spell 31 è un prodigio a cui dover assistere.

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