Recensioni

Un ricovero per meningite all’inizio del mese occorso a Hannah Merrick ha messo a serio rischio il tour europeo dei King Hannah che proprio da quattro date italiane organizzate da DNA Concerti è stato inaugurato. Alla prima di queste, al BOtanique di Bologna, il compito di metter in chiaro il curioso contrappasso: saltata la leg americana della tournée spetta al capoluogo felsineo accogliere l’album “statunitense” del duo.
A stelle e strisce sono infatti le principali influenze della prova a supporto degli show e americanissima è l’ospite che si è prestata non solo a suonare chitarra elettrica e cori della title track, Big Swimmer, ma ha rappresentato per Hannah Merrick e Craig Whittle un vero e proprio spirito guida fin dagli esordi.
Onstage in formazione a quattro con Conor O’Shea al basso e Jake Lipiec alla batteria, i “nuovi” King Hannah non sono radicalmente differenti da quelli di I’m Not Sorry, I Was Just Being Me, disco dal quale eseguono la sola Go-Kart Kid (Hell No!), guarda caso dilatata e sottilmente distorta come in un classico canovaccio post-rock figlio di Spiderland o dello slowcore degli Spain. La detonazione poi è tutta Constellation, intesa come l’etichetta canadese che al genere ha dato una forte spinta dagli anni ’90 in poi.

Lo avrete capito, con il duo si finisce sempre per fare un sacco di nomi e cognomi, citare generi e stili, interi alberi genealogici del rock. E la cosa può diventare oziosa. Fa piacere però sapere che i diretti interessati, intervistati sulla questione, ne siano perfettamente consapevoli, sappiamo entrambi di stare ascoltando – e loro suonando – un mondo di musiche storicizzato ed esplorato in ogni possibile contaminazione e anfratto (fino a prova contraria).
E se loro sono qui a dimostrarci che essere troppo nerd e smaliziati non aiuta a vedere l’aspetto più importante dell’intera faccenda (tenere in vita una cultura musicale con le sue diramazioni e implicazioni, con la sua ricchezza di contenuti) è anche vero che in passato siamo stati parecchio viziati e da band sulla cresta dell’onda (indie, quello vero) come loro pretendiamo tanto, a partire dalla spinta a spostare poco più in là equilibri, urgenza e tensione.
Se nel primo album c’entrava qualcosa Pj Harvey e il trip hop, alle Lost Highways di lynchiana memoria e al dream pop di Opal/Mazzy Star lì bazzicato si arriva a un disco che ruba spoken word che paiono usciti da Dirty dei Sonic Youth approdando a un alt country e a un indie rock al rallentatore che dal vivo si presta a lunghe code strumentali a distorsione controllata e a canzoni dal piglio arty che più che sulla scrittura puntano sull’interpretazione di una comunque magnetica frontwoman.

Lo capisci da un brano come Big Swimmer che la stoffa per scrivere una grande canzone rock a tutto tondo c’è, ma è altrettanto evidente che quando a mancare è anche solo il carisma che ci metti in un’interpretazione, la conta dei riferimenti di cui sopra si mangia l’attenzione e l’interesse.
Con il brano The Mattress suonato con e senza la parte di chitarra di Craig per via di un problema tecnico, un live di un’ora e un quarto circa con un suo pathos, che non si è esaurito al compitino nonostante il caldo proibitivo sofferto tanto dai musicisti quanto da chi stava sottopalco. Parliamo di una band sufficientemente rodata che l’impianto e la cornice del BOtanique ha saputo valorizzare. Peccato per i volumi imposti dai regolamenti sulla rumorosità cittadina.
Foto di Alex Poltronieri.
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