Recensioni

Sesto album in studio per gli I Am Kloot, un percorso il loro che si avvia a coprire tre lustri, rotolati con una certa inerzia dopo il botto dell’esordio Natural History. Il quale – visto da qui – sembra sempre più un buon disco capitato nel posto giusto al momento più giusto possibile. A partire dal quale, ahiloro, non hanno saputo ripetersi né reinventarsi, malgrado i tentativi di aggiustare il tiro e azzeccare qualche pezzo degno della fama. Con questo Let It All In – affidato alle cure degli amici-producer Guy Garvey e Craig Potter della fidata casa Elbow come già il non memorabile predecessore Sky At Night – dimostrano se non altro di aver affinato la calligrafia fino al punto in cui non distingui più dove inizi il mestiere e finisca l’ispirazione. La particolarità è che dimostrano di cavarsela meglio quando scelgono di giocarsela sotto traccia, tra ugge folk-blues e tepori orchestrali, con la voce chioccia di Bramwell opportunamente mantenuta su registri laconici: e comunque si tratta di episodi al più gradevolmenrte interlocutori.
E’ il caso della dolciastra Masquerade (vagamente George Harrison), della sottilmente inquieta Hold Back The Night, di Bullets con quell’aria guitta e spiegazzata da club fumoso, di Let Them All In col freno a mano tirato sulle palpitazioni Grant Lee Buffalo. Va meno ben quando entra pesantemente in gioco il tocco di Garvey/Potter, quella strategia di rimbombi, riverberi e tastiere caramellose per imbastire un’epica inafferrabile da Eno/U2 addomesticati (Even The Stars) o fremiti raga come dei Talk Talk in sedicesimi (These Days Are Mine). C’è insomma un difetto di sostanza ed è tanto più evidente quanto più sono gli espedienti utilizzati: è emblematica in questo senso la conclusiva Forgive Me These Reminders, toccante finché mantiene un’essenzialità sgualcita Wilco e piuttosto stucchevole con l’entrata in scena degli archi nebbiosi. Cos’altro aggiungere: a volte la maturità può essere la peggiore delle sentenze.
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