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Li aspettavamo al varco, gli Hurts. A tre anni di distanza dal fortunato debutto Happiness, che li ha fatti conoscere come abili artigiani di canzoni synth-pop patinate (attingendo anche dall’Italo disco, già apprezzata in Inghilterra da quei Pet Shop Boys che stravedono per I Like Chopin e che inclusero Don’t Cry Tonight di Savage nel loro doppio volume della serie Back To Mine), Theo Hutchcraft e Adam Anderson tentano di fare di nuovo breccia sul grande pubblico con Exile.

Il disco celebra il lato positivo e quello negativo della solitudine: se da una parte ci fa sentire persi, dall’altra ci può far ritrovare una nuova dimensione. Si amplia lo spettro delle influenze, grazie a sonorità talvolta più dure e complesse – evidenti soprattutto nella parte centrale del lavoro, tra il mood apocalittico di The Road (tra Recoil e Nine Inch Nails) e una Cupid che porta le chitarre in discoteca (quasi fosse una Martyr dei Depeche Mode meglio riuscita) – e allo stesso tempo si cerca di raggiungere un nuovo pubblico con contaminazioni, va detto, non sempre felici. Pare di ascoltare Matt Bellamy dei Muse nella title track, e il primo singolo Miracle è un inno da stadio che ci riporta dalle parti dei Simple Minds di Good News From The Next World; il synth-pop scintillante c’è ancora e funziona – lo si nota in Only You (come se gli Erasure si affidassero alle cure di Schiller), con un riff chitarristico che omaggia di sfuggita Feels Like Heaven dei Fiction Factory – ma a macchiare il risultato finale pensano la pasticciata Sandman, che vuole far andare per forza d’accordo ritmi hip hop in stile Neptunes e voci bianche distorte, e certi coretti di Blind che risulterebbero di grana troppo grossa persino per Rihanna e gli ultimi Coldplay.

La voce di Theo è calda ed espressiva e non è escluso che la romantica The Crow (che abbiano voluto riscrivere Wicked Game di Chris Isaak?) risalti meglio in una dimensione live; così come la successiva Somebody To Die For, possibile hit single con una produzione opulenta che strizza l’occhio tanto al Trevor Horn degli anni d’oro quanto a Lana Del Rey (non è un caso che, accanto a Jonas Quant e a Mark “Spike” Stent, ai posti di controllo ci sia anche Dan Grech Marguerat, all’opera proprio con lei). Non poteva mancare neanche stavolta la guest star di lusso: nel 2010 era il turno di Kylie Minogue, qui invece è Elton John ad accompagnare i due al piano nella conclusiva Help.

Exile è un passo di lato, più che un passo in avanti: gli Hurts hanno fatto bene a non fissarsi su una formula – stavolta c’è un suono corposo di una vera band – ma è fondato il sospetto che la casa discografica li abbia condizionati troppo. Arrangiamenti meno soffocanti avrebbero permesso ad alcune canzoni di spiccare il volo; si spera che con il terzo disco Theo e Adam riescano a forgiare un proprio sound, capace finalmente di identificarli. Al momento resta tra le mani un disco che inanella alti e bassi e che non riuscirà a far cambiare idea a chi già al primo appuntamento nutriva perplessità sulla proposta.

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