Recensioni

In un singolo del 2013 intitolato Boreal Remixes, alla traccia principale venivano accostati dei remix di Blood Diamonds, Brillz, Phantoms, Daedalus e Teebs. Ascoltando quei brani, si intuiva che il passaggio dall’esordio omonimo a questo sophomore sarebbe stato forse influenzato da bassi più pesanti, da accordi estatici che avrebbero richiamato lo stupore pop sublimato da Enya, e che sarebbero state utilizzate percussioni à la Four Tet, quella sorta di strumento tipico dell’elettronica degli anni Dieci caldo ma non troppo, utile ad alzare le frequenze medie e a far scaldare gli animi, e usatissimo infatti nella parentesi glo anche da Toro Y Moi. Per finire, potevamo ipotizzare che ci sarebbe stata qualche battuta hip-hop in slow motion e qualche ripetizione minimalista à la Gold Panda. Tutte cose che negli ultimi anni avevamo sentito nelle produzioni Cascine (Jensen Sportag, Chad Valley e altri più o meno sconosciuti), sui brani dei Braids, o nel folk illuminato di artisti del calibro di Julia Holter o altri della cricca Domino.
Il suono del gruppo di Gainesville, Florida, è caratterizzato dal ritorno di un’estetica che assomiglia molto alle prime cose di Björk, un pop che per strumentazione si adatta benissimo sia al remix/dancefloor, che alla meditazione e al songwriting. Come a dire (il parallelo d’obbligo è con l’album Debut dell’islandese): anche qui il tappeto compositivo può essere preso e rivoltato secondo le mode del momento (nel Thistle EP del 2012 una traccia più o meno a cappella con qualche percussione in ostinato è stata rivista da nomi eterogenei: AraabMuzik, Tokimonsta e altri).
Il passaggio dall’esordio è quindi stato modellato su una consapevolezza che va di pari passo con lo zeitgeist musicale indie-pop contemporaneo. Nel primo singolo Cavity ci sono ancora i richiami alla già citata Björk, ma con quella spocchia un po’ hipster che, se vogliamo, è anche farina del sacco di Lana Del Rey. Il secondo singolo Nowhere è invece pura percussività tribalistica che starebbe bene in uno strano mix vocale di Sade, Four Tet, Damon Albarn e i Police. Proseguendo troviamo poi cori a cappella che fanno meglio dei Fleet Foxes (l’opener Show Me Love) e una frontman femminile. La figura della cantante che gestisce la band è per certi versi passata di moda in molti gruppi di oggi; le cantanti fanno infatti band-a-sè, vedi ancora Lana, Lorde o Miley Cyrus, per dirne tre. Anni fa invece ci potevano essere i Lali Puna, gli Stereolab, i Broadcast o ancora più indietro i Cocteau Twins. Il sentimento femminile nel suono degli Hundred Waters torna su quei passi ed è una cosa intima, che riscatta in un lunghissimo attimo il femminile “buono”, quello che va contro le inutili pose finto incazzate (M.I.A.) e gli show sexy del twerking più becero (Iggy Azalea, Miley Cyrus e compagnia sculettante).
Questo è il pop che (come direbbe Nanni Moretti) ci meritiamo oggi. Un disco che ingloba la lezione di Alt-J e xx vari (per la malinconia), ci mette una tonnellata di effetti nu-soul (Cavity), ma taglia tutto anche con una solida base disco sperimentale (Radiohead-meets-Brian Eno in No Sound), cineserie Björk (Out Alee, [Animal]), qualche tocco electro (il disco esce infatti sulla label di Skrillex), vocalizzi pop à la Coldplay (brividi per gli acuti di Chambers) e ovviamente intimismi James Blake (Broken Blue).
L’eredità post-millennial, che non sembra essere stata portata avanti da nessuno dei gruppi caduti prima del 2010 (vedi la sostanziale perdita di significatività dei vari Klaxons, Clap Your Hands Say Yeah, Akron/Family, etc.), viene sintetizzata mirabilmente dal digit-rock-folk degli Hundred Waters. I nuovi Arcade Fire? Verrebbe da dire di sì.
Quello che deve accadere, accade, dicevano Ferretti e Zamboni. E allora eccoci qui: nessuno aveva pubblicato un disco pop “così giusto nel momento giusto”, un riassunto di tutto quello che ci siamo detti negli ultimi (quasi) tre lustri e che doveva essere rimescolato a puntino (i Dirty Projectors ci sono arrivati a un pelo, ma non hanno le potenzialità pop di questo combo). Disco dell’anno tout court per chi scrive. Grazie ragazzi, ora potete anche sciogliervi, il capolavoro l’avete già scritto. Da brivido.
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