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Il suo ghigno ironico appare sul faccione dell’attore mentre l’arpeggio acustico che apre Coming to Save the World as Bill Murray Does si arricchisce via via del tocco vintage di una steel guitar e di quello elegante di un sax, aprendo i suoni e dando respiro alla melodia. E sembra di vederlo, Murray, ammiccare sussurrando: «Love as much as you can / and show them what it means / people always accept / people always forget / cross as many streets / as can you see / I’m waiting right there / I’ll always be». Non è un inedito l’ultima traccia dell’album di debutto degli Houstones, qualcosa che somiglia a una ballata di un gruppo grunge ispirata dal rock anni Settanta. Il primo full length del duo di Locarno arriva infatti dopo cinque anni di singoli sparpagliati una volta ogni tanto sul web, e sempre accompagnati da un mantra a incorniciare una scelta più razionale che creativa: «Noi pubblichiamo solo canzoni. I dischi sono troppo complicati e costano troppo». Ma Saul Savarino e Joel Pfister devono aver sentito la sete dell’esordio discografico, tanto che, oltre al CD (Old Bicycle Records e Soppressa Records, a settembre in uscita per Dreamgorilla Rec), sono state prodotte 150 cassette in edizione speciale e limitata.
Da subito la partenza è incendiaria e cupa, con un riff post rock da fine secolo a raschiare l’incomunicabilità e l’inquietudine di Smile, un sorriso che non si riesce a strappare («I spend my day / to make you smile again / and I’m failing / as you know»). In 7 seconds to 8 il voltaggio aumenta e aleggia lo spirito di Dave Grohl, mentre la stoner Lickin Hell’s Hole (I love myself and I hurt everyone) tiene alti ritmo ed energia grazie ad un sound più garage e ad un chorus accattivante. Da Popular Star (A popstar is) il disco prende una rotta ben precisa, spostandosi verso Seattle e i suoi anni Novanta. Superato il traffico elettronico in chiusura del pezzo, la successiva Monsters ripercorre i boulevard del grunge e del suo decadentismo («I’ve made all my mistakes / every single day / I was a traitor / I will ever be / we are all monsters like everyone»). La vocazione all’unplugged si conferma nella nirvaniana Room («In this empty room / all the rules / and all the fools / come closer until / each other clashing as / harder they can»), la traccia più emotiva del lavoro, che esplode in suoni elettrici ed elettronici stipando tutta la solitudine di un uomo in una stanza sola. Prima di Coming to Save the World as Bill Murray Does, a chiudere l’album c’è Apode, approccio lo-fi e incursioni elettroniche a ricamare su una solitudine questa volta condivisa («Me and you alone / settled silence grace»).
Gli Houstones non inventano nulla e mettono nel loro esordio grazia e disperazione, condivisione e solitudine, pietra e uncinetto, per quello che suona allo stesso tempo come un compendio (degli anni passati) e un piccolo passo in avanti (per discografia e produzione). Dando forma ad un’identità ben definita (post, stoner, grunge) il duo svizzero esordisce con un lavoro schietto e ben suonato. Ma nonostante tutto – ci tengono ad avvertire – fare un disco costa troppo.
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