Recensioni

Dopo l’eponimo disco d’esordio, per cui la stampa internazionale ha scomodato tutta una serie di superlativi, Amber Papini e i suoi sodali Brian Betancourt e Nathan Michel tornano con il secondo full length. Sono passati nemmeno due anni, ma tutto, o quasi, sembra essere cambiato. La Papini, cui si deve la scrittura dei brani, oltre che il canto e la chitarra, ha abbandonato quelle lande scozzesi dove sono cresciuti i Belle And Sebastian mandati a memoria e replicati più che degnamente. In questo disco, che fin dalla copertina vira verso l’oscurità e certo immaginario eighties, c’è un suono minimale e graffiante, che lascia più spazio al basso di Betancourt e gioca con stili e generi diversi.
Del folk rimane solo qualche scheletro nella dolente doppietta finale, con un ballo esile (Sunship) e un episodio solo voce e chitarra acustica (Call Me After). C’entrano poco i Breeders, con buona pace di chi li invocati come pietra di paragone, sebbene il suono dell’elettrica rimandi all’indie di marca Novanta. Nell’armadio della Papini versione 2014 ci sono scheletri di synthpop (Inauguration), post-punk come di una Gang of Four meno spigolosa (I Miss Your Bones) e vera e propria wave (Rockets and Jets). Il tutto condito con una Going Out che sarebbe una perfetta outtake da Let It Die di Feist, una It’s Not Serious che guarda alle nenie Moldy Peaches e a quelle dei Velvet Underground (vedi alla voce I’m Sticking With You) e un generale devoto sguardo al mondo indie. Manca il guizzo, ma la scrittura è la solita e ci sorge la curiosità di sapere quale sarà il prossimo passo.
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