Recensioni

Di sicuro, non è lo stereotipo del cowboy macho, quello che Honey Harper presenta nella copertina del suo primo album Starmaker. I capelli biondo platino (spesso raccolti in due trecce, come si vede in alcune live session) scintillano quasi come il lucidalabbra glitterato che il musicista di Atlanta mostra con grande disinvoltura. Sulla testa, l’immancabile cappello nero da buttero.
Nel solco di altri come Paisley Fields, Lavender Country e Orville Peck, Honey Harper, al secolo Willam Fussell, attinge dall’estetica del queer country revival e offre la sua personale interpretazione di una mascolinità rinnovata, morbida e delicata. Caratteristiche che si riflettono anche in questo primo lavoro solista, in cui il cantautore americano scava dentro di sé, alla ricerca del suo passato, dei suoi ricordi e delle sue emozioni. Il risultato è un disco che mescola strutture e atmosfere tipicamente country (la musica della sua infanzia) con sonorità dream pop, genere che fa parte del repertorio del chitarrista statunitense e a cui avevamo imparato ad associarlo per la sua esperienza come frontman dei Mood Rings.
Un lavoro iniziato tre anni fa, con l’EP dal titolo Universal Country, mentre, contemporaneamente, Fussell faceva uscire singoli con il suo side project d’avant-pop Promise Keeper, a dimostrazione della sua capacità di spaziare tra diversi ambiti e stili. Per comporre Starmaker, però, il cantautore americano ha deciso di prendersi tutto il tempo necessario, collaborando per tre anni con la moglie Alana Pagnuti e registrando in diversi parti d’Europa: dall’Ungheria all’Inghilterra, passando anche da studi francesi. E le idee sono apparse chiare fin da subito.
Lo stesso titolo, Starmaker (ispirato a un verso della canzone Free Man in Paris di Joni Mitchell), suona come una dichiarazione d’intenti nei confronti di un disco che, a detta del suo stesso autore, vuole suonare come «un honky-tonk celestiale capace di combinare l’ideologia della cosmic american music coniata da Gram Parsons con un’estetica adeguata». Il cuore dell’album è un intreccio tra lo strumming di chitarra acustica e gli hook di pedal steel folk dal gusto psichedelico. Il tutto legato da delicati pad e fiati, sui quali si muove la voce di Fussel, capace di passare dai falsetti alle note basse in pieno stile crooner anni ’60 (In the Light of Us, Tired Tower e Tomorrow Never Comes). Non mancano le eccezioni, come la malinconica interruzione orchestrale di Suzuki Dream a metà del disco e, soprattutto, la title track a chiusura dell’album: brano in cui le atmosfere create da diafani synth rimandano alle soundtrack di Apollo di Brian Eno, mentre la voce sussurrata di Harper sembra rimanere sospesa fuori dal tempo e dallo spazio, prendendo vigore nei ritornelli finali grazie al sostegno degli archi.
William Fussell dimostra di essere un artista poliedrico, che riesce a passare dall’avant-pop al country, non rinunciando però a portare con sé il repertorio dalle sonorità dreamy che lo ha accompagnato durante la sua carriera. Starmaker, nelle intenzioni del suo autore, avrebbe dovuto essere un disco per far avvicinare al country chi non ama il country. Obiettivo centrato.
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