Recensioni

7.5

Poco più che adolescente, Alex Chilton si trovò per una serie di circostanze fortunate a recitare il ruolo di frontman per i Box Tops, una band bianca ma dedita a un rock-RnB tracotante e piuttosto ruffiano, azzeccando tra l’altro il singolo capace di spedirti in orbita con la ruspante The Letter. La cronaca di quel triennio è la parte più interessante di questa dettagliata biografia (a parte l’ultimo decennio di vita, abbastanza trascurato rispetto al resto), una carrellata folle che dipinge un Chilton ragazzino-prodigio disposto a indossare di buon grado la maschera della rock star (impostando la voce su un registro black distante anni luce da quello che avrebbe utilizzato dal 1970 in poi), senza mai smettere però di mandare segnali – atteggiamenti, dichiarazioni esplicite – che non lasciavano dubbi in merito a quanto disprezzasse la musica prodotta dal quintetto. Ma intanto c’erano le ragazze, e c’era l’alcool. E ancora ragazze. E un fiume di alcool.

Uscito dai Box Tops, Chilton aveva già sperimentato il miele e il fiele dello shobiz. Neanche ventenne, si era ritrovato sulla vetta (condivise un tour assieme ai suoi idoli Beach Boys, gli capitò addirittura di svegliarsi con accanto Charles Manson) e aveva assistito allo sgretolarsi dell’impalcatura, senza che a questo corrispondesse una reale gratificazione di tipo artistico. Nei quattro decenni che seguirono, spesi tra la natia Memphis e New Orleans, la sua carriera e la sua poetica obbedirono a diverse inclinazioni stilistiche, mantenendo però fede al proposito di fottersene di parametri e prassi che avrebbero potuto determinarne il successo. Non mancò mai cioè di mettere in pratica disprezzo del pubblico, indifferenza ai rituali promozionali, refrattarietà alle interviste e persino – soprattutto durante i tossici 80s – il rifiuto totale di provare i pezzi o stilare le scalette dei concerti, determinando così ondate di panico nei compagni di palcoscenico ed esibizioni spesso sgangherate.

In un certo senso, si trattò di un lungo e per molti versi rovinoso contrappasso. Che, come ben sappiamo, ebbe il merito di regalare al mondo tre album meravigliosi sotto al tribolato marchio Big Star, in combutta con anime a lui piuttosto affini (l’amato/odiato Chris Bell in primis) anche per quanto riguarda una spiccata attitudine per la sfortuna: al di là delle bizzarrie produttive che dettero vita a sonorità abbastanza ostiche per l’epoca, ripercorrere pagina dopo pagina gli eventi avversi che determinarono il fallimento commerciale di album infarciti di gemme come #1Record, Radio City e Third/Sister Lovers ci induce  ancora oggi a fare i conti con un rimpianto quasi insostenibile.

Come già accennato, tolti gli ultimi anni di vita di Chilton (che morì per una crisi cardiaca nel marzo del 2010) questo Un uomo chiamato distruzione ne percorre la vicenda artistica ed esistenziale con dovizia di particolari, ricorrendo con generosità all’aneddotica (sfiorando talvolta la dimensione del gossip) e a stralci di interviste illuminanti (dello stesso Chilton e di quanti hanno incrociato il suo cammino, da Tav Falco a Steve Wynn passando per Ray Davies, Cramps, Replacements e Teenage Fanclub). In particolare, il racconto delle session relative agli album solisti mi ha spinto a riascoltarli con attenzione e, no, come già detto non è servito a farmi cambiare granché idea: ad eccezione dell’affascinante e oscuro Cubist Blues (in trio con Ben Vaughn e Alan Vega), restano album troppo irrisolti (Feudalistic Tarts) e confusi (Like Flies on Sherbert) o al contrario fastidiosamente addomesticati (High Priest e A Man Called Destruction) per giocarsela coi livelli stratosferici del periodo Big Star.

In ogni caso, Holly George-Warren ha saputo mettere a segno un’impresa non da poco: ritrarre un personaggio tanto controverso senza nascondere il trasporto dell’amica né l’ammirazione della fan, eppure lasciandoti con la sensazione di un’oggettività persino spietata. Il risultato è un Chilton tanto sfaccettato quanto enigmatico, per molti versi insondabile, però indubbiamente umano. Mettiamola così: è una lettura che non mi ha fatto cambiare idea su Alex Chilton – un’idea che pone le fondamenta su un impasto di amore e gratitudine indissolubile – ma ha reso più nitido il quadro. In un certo senso, ha dato una bella lucidata e lubrificata alle chiavi che, chissà, un giorno potrebbero aprire lo scrigno della sua catastrofica e discontinua riluttanza. Va da sé che non posso esimermi dal consigliarvela. Di cuore.

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