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6.6

Il cosiddetto “blue collar rock” americano di ascendenze seventies – il rock del/per il proletariato della provincia, dal New Jersey di Bruce Springsteen al Detroit Sound di Bob Seeger, passando per il Midwest di John Mellencamp – si incarna nel nuovo millennio in questi ragazzotti di Brooklyn (ma originari di Minneapolis), arrivati al fatidico terzo album, già pubblicato sul finire dell’anno scorso in America.

Rock band classica con ascendenze garage e ispirazioni letterarie – da Dylan in giù – come nella migliore tradizione americana, confezionano con Boys And Girls In America un disco – prodotto da John Agnello (Dinosaur Jr, Mark Lanegan, Sonic Youth) -, il cui titolo è preso in prestito da una frase di On The Road di Jack Kerouac.

L’album si snoda tra ampi pezzi-suite basati sul piano (omaggio-reminiscenza della E-Street band e dei primi due dischi soul-funk di Springsteen), come Stuck Between Station, sorta di epopea sul poeta americano maledetto John Berryman, garage rock (Hot Soft Light), riff stoniani (Some Kooks con echi Stooges), ballad (First Night), rock epico e muscolare (Party Pit, Massive Nights), echi tra folk e americana (la scarna ballad Citrus che riecheggia il Elvis Costello di mezzo).

Con

più di un debito per gente come Springsteen in primis, e poi Rolling Stones e Bob Dylan, e come attitudine i

Replacements

il disco racconta dell’eterna provincia americana, con un occhio alla fuga e al riscatto, come nel più classico degli stereotipi del caso, e diventa epopea nel momento in cui universalizza alcuni temi intergenerazionali. Così si spiega il riscontro positivo che ad ondate successive il genere continua a riscuotere da quelle parti e non solo (Uncut sta assicurando la giusta esposizione anche in UK). La ripresa della tradizione americana, fatta con stile.

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