Recensioni

7.2

C’era una volta un vichingo, che si aggirava fra la 53° e la 6° Avenue di Manhattan. C’era una volta un vichingo cieco, che era anche un poeta di strada, un musicista e un inventore. La Grande Mela era nel subbuglio degli anni della guerra e intravvedeva all’orizzonte una risalita che l’avrebbe porta allo splendore dell’Age d’Or. Questo vichingo, nato nel Kansas, si chiamava Louis Thomas Hardin (1919-1999), in arte Moondog. Visionario e poeta, la sua storia è strettamente legata al mondo del jazz newyorkese, da cui, con un pizzico di malizia, preferì prendere le distanze. D’altronde da uno strano omaccione che si esibiva per strada con elmo a corna e mantello lungo, ci si poteva aspettare questo ed altro. La sua musica, lo snaketime (“Non ho intenzione di morire in 4/4” dichiarava), ha cominciato ad appassionare, come succede ai grandi artisti, solo negli ultimi anni della sua vita. Negli anni ’50 fu prodotto da Arthur Rodzinski, direttore della New York Philarmonic, nel 67 i Big Brother di Janis Joplin eseguirono una cover di una sua canzone, che poi venne nuovamente ripresa dai Motorpsycho nel 1993. Ma Moondog, oltre ad essere un inventore di strumenti quali l’Oo (sorta di arpa triangolare), l’Oooo-ya-tsu (altra arpa) e la trimba (strumento percussivo), è soprattutto considerato come il precursore del minimalismo, tanto che Philip Glass gli chiese, alla fine degli anni Settanta, di dirigere la Brooklyn Phlarmonic Chamber Orchestra in un’importante manifestazione musicale.  

L’Italia che ama scoprire certi gusti, che gioca con l’ironia e con il virtuosismo, fa rima, quasi sempre con Trovarobato. In questo caso, Trovarobato/Parade dà alle stampe un originalissimo tributo (che scopriremo essere non solo un tributo) al musicista americano, attraverso il secondo lavoro degli Hobocombo, già notati ai tempi di Now That It’s The Opposite, It’s Twice Upon A Time. Andrea Belfi (ex-Rosolina Mar) alla batteria e alla voce, Rocco Marchi (Mariposa) alla chitarra, al sintetizzatore e alla voce e Francesca Baccolini (ex-Urania) al contrabbasso e alla voce, grazie anche alla produzione di Doug Henderson (che ha firmato I’m A Bird Now di Antony & The Johnsons), concepiscono un lavoro raffinatissimo, frutto di riflessioni sul mondo immaginario di Moondog, sul suo enorme e poliedrico repertorio, materiale che ha respirato anche certe prospettive teutoniche in Germania, dove i tre musicisti italiani hanno piantato le tende. Una Germania che non può non rivivere nelle composizioni di Hardin, che la vedeva come “la sacra terra del fiume sacro”(il Reno), vera patria del popolo a cui sentiva di appartenere. Tenendo conto di questa enorme potenzialità folkloristica, gli Hobocombo tentano di lanciare un ponte ideale non solo con la tradizione dei grandi compositori italiani (Morricone su tutti), ma soprattutto con l’exotica, i wax africani, i riti propiziatori e le cerimonie in onore di Thor/Hardin.

Rispetto al precedente LP, in Moondog Mask, solo cinque brani portano la firma del musicista americano. Se si esclude la bellissima East Timor di Robert Wyatt, che il trio filtra attraverso una lettura d’echi alla Cocteau Twins o Dead Can Dance, i restanti brani sono farina del sacco della band italica. Tutti, però, respirano l’atmosfera che negli anni aveva cercato di creare Moondog, quella cioè delle sonorità urbane, del chiacchiericcio imperterrito, della vita disordinata degli uomini d’affari visti dall’estremità di un marciapiede qualunque, dei mezzi di trasporto ingombranti, delle uscite dai locali fumosi nella Grande Mela, della metropoli in generale. Baltic Dance è uno di quei brani ritmati e sporcati al punto giusto da certi suoni che potrebbero piacere ai nostri Calibro 35; Response si adagia su un’atmosfera americana più da valli aperte, che da vita cittadina; Five Reasons è l’elegia finale, da banchetto medievale, che, con il suo ritornello appassionante (che fa pensare ad un mix azzeccato fra i Mariposa e Angelo Badalamenti), riesce nella non scontata impresa di rendere fruibile un prodotto che a un primo sguardo può risultare solo per palati raffinati. Ma non bisogna temere, perché, qualora ci fosse bisogno di una didascalica esegesi dei brani, ci si potrebbe comunque affidare a un Behind Moondog Mask – A Guide To The Magnetic Sound Of Hobocombo allegato all’opera, in cui la voce guida ci spiega per filo e per segno ogni passaggio dell’album. Roba da professionisti.

 

 

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