Recensioni

Avevano sbandierato come una minaccia la possibilità neanche troppo remota di continuare a pubblicare solo sul formato breve, ma alla fine hanno ceduto anch’essi al fascino del full-length. E facendolo, hanno tenuto per questo (tardivo?) esordio il meglio, a dimostrazione che la crescita di una band si misura col tempo e con alcuni passaggi obbligati, non con voli pindarici che accorciano le distanze ma non preparano né forniscono il giusto retroterra di esperienze per affrontare l’ostacolo dell’esordio.
I comasco-bolognesi HEBV ci sono riusciti e a premiarli c’è il marchio per cui questo Ruthless Sperm vede la luce: quello storico e blasonato della Sub Pop, madrina di talmente tanti gruppi che sarebbe ridondante elencarne alcuni e delittuoso escluderne altri. E lo scarto con le pur ottime prove minori giustifica appieno il passaggio di categoria.
Quello del trio è sempre lo stesso post-punk peculiare che abbiamo apprezzato nei 7 e 12” rilasciati per Sacred Bones, Brave Mysteries, S-S o Holidays, ma in questo esordio lungo acquista dimensioni e dinamiche ulteriori, divenendo umorale, screziato, insieme corposo ed evocativo. Roba che vive di traiettorie molto diverse, in apparenza, come le ipotesi post-apocalittiche alla Swans dell’opener Death Climb oppure il motorik made in kraut che sorregge la seconda parte della lunga Spit Dirt con un drumming elementare quanto efficace e linee di basso dall’andamento generalmente ipnotico. Ma l’apparenza inganna e quelle appena citate sono facce di una stessa maniera di intendere il post-punk, sfaccettature di un caleidoscopio sonoro tendente al nero, com’è giusto che sia, ma mai appagato dal revival o accomodante con gli stilemi del passato.
Emergono qua e là momenti più grintosi (i due minuti e poco più dell’aggressiva Sea Bug o la pomposa cattiveria 90s di Tumor), micidiali sing-a-long da anthem dei tempi andati sciolti nell’acido del disagio (quelli di Born Tired sono dei Pixies abbrutiti cresciuti nei sobborghi della Berlino di Christiane F.?) o reminiscenze di quell’età di mezzo in cui l’hc virava al nero gothicheggiante, vedi alla voce VSS et similia (The Path); anche qui, però, solo apparenze, poiché tutto cambia in pochi secondi, si slabbra, devia e si smarca tirando dentro chitarre affilate e dilatazioni cosmiche, 4/4 motorik e attitudine noise-rock, a dimostrazione che gli HEBV se ne fregano dell’integrità pur avendo bene in mente una linea da seguire. Ne è la riprova il distacco affidato alla lunga Red Earth, chill-out amorfo per abitanti dell’oscurità che diluisce la carica ma non allenta la tensione di un album che non sfigura affatto in cotanto catalogo. Anzi…
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