Recensioni

Ascoltare Vand, Død & Ensomhed, terzo album del quartetto di stanza a Copenhagen Himmelrum, ci riconduce istintivamente alle caratteristiche sommarie di alcuni gruppi che hanno fatto la storia della musica partendo da quell’insulare (così diversa, così unica, così green) porzione d’Europa. Due band in particolar modo rimbalzano nelle sinapsi: i Sigur Ròs e i Motorpsycho. Dei primi, riconosciamo in filigrana il massimalismo, il suono davanti e sopra a tutto, anti-muzak. Dei secondi lo spirito, la ricerca, le architetture sonore stratificate, i mille riferimenti. Ora, è un esercizio fallace, sostanzialmente per due motivi: mescolare islandesi, danesi e norvegesi non dev’essere una buona idea (se mi sbaglio correggetemi, non credo vi siano tracce di guerre civili tra i popoli nella Storia, ma c’è uno squarcio culturale enorme tra queste realtà); motivo due, gli Himmelrum sono giovanissimi, sono come creta da modellare, e nella loro cifra stilistica c’è molto più di quanto l’orecchio celi e di quanto ci induca poi a semplificarne il contenuto.
Della band si sa veramente poco, se non che è formata da Casper Ørum Munns – voci, chitarra, basso e BAHA – ovverosia un apparecchio acustico (?), Eigil Pock-Steen Jørgensen – voci, batteria, percussioni, tastiere, Carlo Janusz Becker Lauritsen – voci, tromba, filicorno, organo, e Mathias Uttenthal Milling – voci, chitarra, sintetizzatore e fidget spinner (don’t ask), che ha altri due album all’attivo, auto-prodotti e auto-pubblicati (l’omonimo del 2017 e Free Camping Romania dell’anno successivo, entrambi strumentali), e che sono in giro da circa un lustro, solidificando il loro status di band di culto nella scena underground cittadina grazie a concerti con un alto tasso di decibel.
Proviamo a descriverne il suono: la matrice è quella che volgarmente definiremmo dream pop, la melodia esiste, ma tutto è distorto dallo specchio deformante di suoni sparati al massimo, folate di feedback (la fascinazione per lo shoegaze è reale) e partiture semi-orchestrali sfilacciatissime, costituite da pennellate di ottoni che entrano ed escono dal quadro come una frequenza in uno spettrogramma. Il concetto di “wall of sound” introdotto da Phil Spector ha fatto più proseliti tra i fiordi scandinavi che altrove, non c’è che dire.
L’ultimo album (il cui titolo tradotto è “Acqua, morte e solitudine” – crepi la tristezza) costituisce un bel salto carpiato per gli Himmelrum – letteralmente “stanza del cielo”, con “feedback, feedback infiniti” e quando loro son vicini a te, rischi l’acufene, ma col sorriso: oltre alle sopracitate sventole di rumore, e al notevole inventario da cui i quattro ragazzi attingono (cazzatine escluse), potremmo considerare come un surplus l’avvento di un elemento comune, ma che per loro costituisce una sorta di rivoluzione copernicana, ovverosia l’utilizzo della voce. Siccome lo spirito è forte e l’unità d’intenti solida, ecco che non uno soltanto ma tutti e quattro i membri prestano la loro vocalità (al naturale o trasfigurata dall’utilizzo dell’autotune) più come uno strumento supplementare che un vero e proprio supporto narrativo. Occhio però, non aspettatevi acrobazie laringali à la Diamanda Galas o Mike Patton, qua c’è tanta carne al fuoco ma non siamo nell’avanguardia (al massimo, nell’avant-pop); la stesura dei testi è stato un esercizio collettivo, come spiega in una recente intervista Carlo Janusz, portavoce della band, grazie a una “lettera immaginaria” dedicata al colore blu (che poi viene omaggiato nella traccia Kære Blå, sender sonar!, un festival pagano in chiave noise pop sintetico), ed quindi è naturale che questa sorta di rituale psicomagico si sia tradotto nella coralità a cui mi riferivo prima.
L’album è composto da strati, ci mette un po’ a rivelare la sua pura essenza: l’inizio di Sølvflod (“fiume argenteo”) è pennellato da un arpeggio di synth cristallino, a evocare le stille pure di un corso d’acqua (la natura è al centro di tutto l’arco narrativo dell’album), rotto poi da un ritmo motorik su cui si stagliano chitarre dal sapore wave ’80, presto assediate da rumori bianchi e delay in libera uscita. L’ego puro dell’opera inizia a intravedersi nell’intro da film noir di Usynlige Ven (“amico invisibile”), in cui sono gli ottoni, avviluppati a suoni inquietanti e fiabeschi, a tratteggiare uno scenario urbano e fumoso, poi esploso, invaso dalla giungla acida delle percussioni e di chitarre in chiave doom metal. Dopo i primi 3 minuti, c’è già un cambio di tempo, un lamento angelico. Ancora, il caos che scivola fuori dai vostri speaker e serpeggia insidioso nel vostro salotto. Una visione estatica e agghiacciante al tempo stesso. Un valzer di movimenti che lascia spazio a una breve sezione melodica, con la sopracitata voce in autotune (forse un po’ troppo audace, ma apprezziamo lo spirito).
Da qui fino alla fine, Vand, Død & Ensomhed diventa una sorta di trip post-mortem senza soluzione di continuità. Il cuore di tutto il disco è affidato alla micro-suite in 3 atti Blodbøg (“faggio di sangue”, non credo che esista in natura), e che esplora il lato più space rock del quartetto, con una prima parte swingata e strumentale, la seconda che scoppia di epica con passo elefantiaco e una grandeur che sarebbe facilmente accomunabile ai due gruppi citati in apertura, mentre il terzo e ultimo atto è una coda rumorista che porta alla culla. Nerve è la chiusura, una take surreale sui possibili scenari “vocali” che la band potrebbe esplorare in futuro. Non mi sento di aggiungere altro, mi affido al vostro buon senso. Handle with care.
Amazon
