Recensioni

6.7

Il terzo disco di Hibou Moyen (ovvero Giacomo Radi), Lumen, scopre antichi amori ben mascherati fino ad ora ma che forse spiegano quell’Umberto Maria Giardini chiamato a produrre il precedente Fin dove non si tocca: parliamo di tutto ciò che nei Novanta finiva sotto l’ombrello Cyclope Records (dal primo Moltheni alla Carmen Consoli degli esordi, fino ad arrivare a Mario Venuti) e che qui scende a patti con certe ruvidezze vocali Afterhours, ma anche con un’indole pop vicina alle amenità beatlesiane che indirizzavano i passi del Goodmorningboy di Hamlet Machine (la bella Uragano).

Una voce timbricamente assai apprezzabile, chiaroscuri dipinti da mesmerici piani Rhodes, organi Hammond e mellotron, batterie minimali e chitarre acustiche, ma anche la capacità di perfezionare parentesi malinconiche su arrangiamenti curati nei minimi dettagli (produzione artistica di Andrea Scardovi e dello stesso Radi): una strada consapevole, senza curve improvvise o salite faticose, per certi versi caratterizzata anche da un certo disincanto. In brani come Gli scheletri delle comete, poi, si arriva a sperimentare una catarsi che alla fine è un piacevole atto di fede verso una nostalgia indie-rock cantautorale nostrana confinata più o meno tra il 1996 e il 2004.

Di quell’epoca, però, nel disco non riusciamo sempre a cogliere lo stesso stato di necessità, tanto per citare un’altra massima consoliana. La consapevolezza, cioè, soprattutto nei testi, di utilizzare un linguaggio tagliato sul bisogno di comunicare concetti urgenti, anche con tutte le eventuali ingenuità insite in un percorso meno accettabile dal punto di vista “istituzionale” ma più personale. Lumen è invece un acquerello dai colori tenui assai gradevole, perfetto per quest’epoca di recuperi stilistici pensati per un pubblico anagraficamente vergine di certi suoni, ma a cui manca forse quella spinta vitale capace di portarlo oltre il pur buon esercizio di stile.

Sia chiaro, siamo nettamente su un altro pianeta rispetto al disco precedente di Hibou Moyen, e ci pare che i passi in avanti siano notevoli. Radi tuttavia, con le capacità musicali che si ritrova e che mette in mostra anche qui, potrebbe aspirare a ben più di questo “vintagismo virtuoso” ed equilibrato: il tutto sta nel distinguere chiaramente tra ciò che è funzionale e ciò che invece è una necessità impellente.

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