Recensioni

7.2

Rigel Playground è uno di quei dischi di respiro internazionale che per intensità e varietà ti fanno pensare a tutto, tranne al fatto che possa uscire in Italia. E invece Herself è la italianissima creatura musicale di Gioele Valenti, artista che trae ispirazione dai moderni Goat (anche grazie all’amicizia con uno dei membri) ma anche, per dire, da certe cadenze à la Robert Wyatt o magari pinkfloydiane (vedi qui l’intensa Crawling). Un progetto solista in cui il Nostro, in totale autarchia compositiva dalla scrittura fino al mixaggio, si mostra a suo agio, dispensando pregevoli gemme psych-folk. Ad arricchire l’ultimo lavoro del musicista palermitano si aggiunge la presenza come ospite di Jonathan Donahue, cantante dei Mercury Rev, istituzione della psichedelia anni ‘90 e punto di riferimento anche per il sound di Valenti, che firma con la sua voce il primo singolo estratto The Beast of Love, senza dubbio uno dei punti più alti del disco. A suggellare l’incontro musicale, Herself ha poi aperto i concerti del gruppo americano nella tre giorni italiana a settembre 2018.

L’album viene presentato sensatamente come un incrocio tra Sparklehorse, Gravenhurst e Will Oldham. Si tratta di ballate folk-rock apocalittiche e derive da crooner nel solco di una forma-canzone tipicamente anglosassone, che non rinunciano mai a una equilibrata sperimentazione. Le atmosfere si muovono in equilibrio tra nostalgia e territori sconosciuti, con un folk crepuscolare e dai toni cupi, intermezzi lo-fi sognanti, ponti verso altre dimensioni. I testi trasudano rabbia e alienazione, avvolgono l’ascoltatore e lo seducono, mentre la voce filtrata di Gioele, che passa attraverso echi e riverberi che la smorzano ed amplificano, fonde un folk decadente a sprazzi rock e trame psichedeliche.

In questo nuovo capitolo artistico c’è l’autunno inoltrato, con i marciapiedi gonfi di foglie e le strade svuotate, quasi sospese nel tempo. Ci sono i pomeriggi ventosi che cedono sempre più presto a favore del buio, con tramonti allucinati e malinconici. C’è questo e tanto altro, in 33 minuti che sembrano scivolare via in un attimo, grazie alla bravura di Gioele nell’amalgamare generi diversi, osando senza mai esagerare. Uno dei dischi più intensi di questo ottobre.

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