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6.7

Ballate acustiche cantate sottovoce, leggere e malinconiche come brezza vespertina (Strangler Who’s Me), ma all’occorrenza mortifere e raccolte come umidi funerali (Tempus Fugit), tra sprazzi di indulgenza post-rock e riverberate melodie indie-pop (Funny Creatures). L’unico titolare del moniker Herself, Gioele Valenti, giunto al quarto omonimo album, suona, canta e produce in casa, avvalendosi della partecipazione di Aldo Ammirata al basso, violoncello e samples, e di un pugno di altre comparse, tra cui l’ex Ulan Bator Amauri Cambuzat.

Il vibrare circolare della chitarra, le poche batterie d’ambiente e gli eleganti cameo di violoncello segnano le traiettorie timbriche di un viaggio a piedi zaino in spalla, a godersi la solitudine e la meraviglia delle cose di poco conto; viaggio ora vissuto, ora sognato, ora soltanto immaginato guardando fuori dalla finestra di una cameretta molto americana, con il poster di Bonnie ‘Prince’ Billy su una parete e quelli di Elliott Smith e Nick Drake sull’altra.

Certamente sono le radici folk a costituire il cuore pulsante del progetto, tanto nei risvolti più romantici e di ampio respiro, quanto in certo intimismo per chitarra e voce che, solo negli ultimi anni, ha visto sbocciare un numero incalcolabile di epigoni. E se nel complesso non ci sono slanci di originalità tali da far sobbalzare sulla sedia, il songwriting sopra la media mantiene il (quasi) tutto al riparo dalle crepe del già risentito.

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