Recensioni

Quarto album per questa band newyorkese con un’idea pop-rock agile e raffinata, che però dietro la patinatura nasconde un fervore imprevedibile, un’arguzia che si espande tra globalismo ed inquietudine, uno sguardo che è assieme metropolitano e neo-etnico. Rispetto al buon A Different Ship di tre anni fa, prodotto da Nigel Godrich, ci sono stati un po’ di aggiustamenti in formazione, una line up che oggi vede i soli Luke Temple e Michael Bloch spendersi per confezionare questo Be Small. Che sulla carta sarebbe un lavoro raccogliticcio, mettendo assieme cose già da tempo nel repertorio live e materiale nuovo di Temple (il quale conta già quattro album da solista). Invece, proprio su questa eterogeneità il disco fonda i principali motivi di interesse.
Il tutto a partire dal singolo Falling, melodicamente non eccelso però teso e sincopato come una frenesia divertita Talking Heads virata art pop eniano, che arriva dopo che la band ci ha deliziato con l’accoppiata di Stella e della title track, nel segno di certa eleganza intrigante Steely Dan caramellata Sea And Cake, e subito prima di ibridare in Candy Apple un folk in una trama funky wave giocosa tipo Simon & Garfunkel ipnotizzati The Books. Siamo a metà disco e ci siamo già abbastanza divertiti, ma il resto riserva altre sorpresine, tipo una Ordinary Feeling che dispiega mestizia Elliott Smith in un alveo incantato Sufjan Stevens, oppure l’ologramma radente di Tokyo London US Korea (come dei Notwist sul tapis roulant febbrile Stereolab), o ancora le prospettive beachboysiane lunari di Girls In The Early Morning.
Se in queste canzoni c’è un difetto, va individuato nella mancanza d’incisività della scrittura, avara di intuizioni melodiche memorabili. Tuttavia, gli Here We Go Magic sanno bene come dare una direzione ai pezzi, farli diventare inneschi atmosferici suggestivi che si spingono sempre un po’ oltre il limite della semplice gradevolezza.
Amazon
