Recensioni

Esiste un punto di contatto tra la psichedelia desertica made in Earth, il solipsismo western-isolazionista del Neil Young di Dead Man, i vuoti pneumatici e astratti di certe derive post-(ma molto post)-metal come i Sunn O))) e forme folk stranianti per drammaticità e visionarietà? La risposta è affermativa e assume le sembianze di un francese poco più che trentenne, Valentin Fèron, che dopo aver trafficato con alcuni dei generi su citati in altri progetti e formazioni, non disdegnando anche i panorami da colonna sonora, si trasfigura ora sotto la sigla Henryspenncer.
Ed è una trasfigurazione matura e consapevole, quella che disegna un album nero pece in cui ad alternarsi sono pochi ed essenziali strumenti – chitarra acustica ed elettrica, qualche botta di moog qua e là, una batteria (quando presente) elettronica – capaci però di creare paesaggi tanto visionari quanto cinematici. Inclinandosi ora verso le derive più mistiche ed esoteriche del folk, ora giocando di alternanze e riempiendo di epica elettricità i vuoti (il crescendo di Nebula), altrove dimostrando una cerca predilezione per reiterazioni e stratificazione di cifre chitarristiche o giocando con svisate acustiche di derivazione psych-bluesy e lancinanti solo di armonica (Canyons) che ne accentuano la resa visiva/visionaria, il nostro dimostra sagacia e aderenza ad un canone latamente riconoscibile.
O ancora, rinverdendo l’onnipresente fascino dell’oscurità dronica, tratteggiando paesaggi lunari infestati da occulti spiriti ancestrali (la lunga nenia ancestrale Mirages) o rievocando quella latente tendenza alla desertificazione interiore cui accennavamo in partenza (una Eclipse dead-western classicissima nel suo andazzo evocativo), le atmosfere si fanno diradate, solitarie, inquiete e a tratti minacciose (il doom celato nella conclusiva Sarah) dicendo molto dello spessore e della variegata gamma espositiva del proprio autore. Uno splendido outsider per ascolti solitari e notturni.
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