Recensioni

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Esattamente un anno fa parlavamo di Groupersolo project di Liz Harris – e del suo Ruins. Sottolineavamo in prospettiva diacronica la coesione artistica e concettuale del suo lavoro, prendendo in esame la liricità spinta della musicista e il suo approccio onirico-intimista alla musica, il quale diveniva semplicemente il proseguimento del suo stesso corpo.

Ci ritroviamo adesso a parlare ancora di lei, ma in veste del tutto differente. Gli Helen sono un quartetto, composti appunto dalla Harris, da Jed Bindemann (degli Eternal Tapestry), Scott Simmon e un personaggio misterioso di cui nessuno conosce il nome, né le fattezze, ma che pare avere la funzione della seconda voce. Curioso che abbiano un componente senza volto, considerato che il titolo di questo loro esordio è The Original Faces. Inizialmente il progetto doveva essere una trash band (capire come avrebbero realizzato ciò resterà una curiosità inappagata), ma il risultato è assai più complesso, frutto di registrazioni e demo incisi a Portland in diversi anni – modalità tipica di produzione della Harris, a cui piace far decantare la propria musica. La ripresa di elementi contestualizzati a cavallo tra gli ’80 e i ’90 rappresenta l’eredità lasciata da Lush, My Bloody Valentine o Slowdive e da tutto quello shoegaze che sembra essere tornato in auge negli ultimi anni – o che forse non ha mai veramente vissuto un periodo di crisi.

L’esito della nuova formazione assomiglia infatti a uno shoegaze macerato in lo-fi, che risente inevitabilmente della personalità della Harris, della sua liricità psichedelica, ma che grazie al contributo degli altri componenti prende una piega quasi indie-pop in alcuni momenti (si ascolti Covered in Shade o City Breathing) e più psych-rock in altri (da cui Felt This Way o Dying All The Time). Quello degli Helen è un continuo alternarsi schizofrenico e veloce che catalizza l’attenzione dell’ascoltatore, perché la maggior parte delle tracce non dura più di due minuti. L’incipit Ryder è un brano matriosca, è schizofrenico al suo interno (schizofrenia nella schizofrenia, perché cambia registro durante lo svolgimento), o meglio, c’è uno stacco netto tra le distorsioni iniziali strumentali e il dream-pop con basso potente della seconda parte, tutto questo in poco più di 3 minuti. Comune denominatore è il sottofondo di “disturbo acustico”, le chitarre distorte e continue, in un palpitare veloce del ritmo.

La dolcezza cullante della voce della Harris durante il progetto Grouper lascia il posto a note più fredde e distanti con gli Helen, assumendo tutte le fattezze di un fantasma frusciante e ammaliante; si intreccia poi con la fantomatica seconda voce, evidente in pezzi come Grace o Motorcycle. L’ultimo brano, la title track, chiude rasserenando, come il sole dopo la tempesta. Mette un punto fermo, o meglio un punto e virgola, a sottolineare qualcosa che potrebbe proseguire. E chissà quale sorte toccherà agli Helen. Sicuramente è un modo per la musicista americana di confrontarsi con melodie e modalità diverse dalle sue abitudini; intellettualmente, il disco è forse meno speculativo rispetto alle sue produzioni intimiste, ma riesce comunque ad affondare il passo in qualche corridoio della nostra mente.

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